ZEBRA CROSSING. I am the Shaman, di Donovan e David Lynch

David Lynch prosegue il suo lavoro fuori/dentro il Cinema con un nuovo videoclip per il ritorno sulle scene del cantautore britannico Donovan

Lo scorso 10 maggio è stato diffuso su youtube il video di I am the shaman. La canzone è stata scritta e interpretata da Donovan, il menestrello inglese degli anni 60 che all’epoca venne inopinatamente messo a paragone britannico con Dylan. In seguito Donovan fece molto altro tra cui scoprire e praticare la meditazione trascendentale. Il video invece è stato prodotto e girato da David Lynch, il quale porta avanti in modo coerente un percorso postcinematografico iniziato dopo Inland Empire che lo ha visto creare di recente autentiche gemme, da What did Jack do a Pozar o anche solo la partecipazione ad un video come Fire is Coming. Se ai più l’accostamento tra i due appare “strano”, vedendo l’opera si capisce subito quanto invece tale legame abbia molto più senso di quello che potrebbe essere una semplice collaborazione artistica o un promo per la fondazione di Lynch.

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Come abbiamo già visto nella terza e definitiva stagione di Twin Peaks nel video Lynch reitera l’uso di una forma semplice, soprattutto per gli effetti, che diventa la più adatta ad entrare in modo più profondo ma sottile nella testa di chi guarda. Si potrebbe dire che Lynch aumenti il principio mediatico di base del mezzo “videoclip musicale” dandogli ulteriore forza per arrivare al nostro inconscio.

Ma perché questa operazione? Chi è lo sciamano? Perché uno sciamano?

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Il 2020 segna l’inizio dell’era dell’acquario (segno zodiacale di cui Lynch sta in cuspide). Secondo la vulgata tale era vedrà uno sviluppo di solidarietà, fratellanza, rispetto dell’ambiente, apertura di idee e nuove tecnologie. Da tempo Lynch parla esattamente di queste cose in tutte le conferenze ed interviste che concede, e anche nelle sue produzioni si ritrova la vittoria di un bene superiore che dopo varie peripezie batte un male eccezionale per andare verso la luce. Nel suo immaginario non sono adottate mezze misure nella rappresentazione degli opposti, anzi essi sono usati proprio come uno sciamano userebbe i personaggi di una parabola. In più sappiamo bene quanto il regista sia da sempre interessato alla musica, al suono, all’uso della sfera acustica per andare oltre l’apparenza. La canzone di Donovan, nel suo essere alla fine una litania vagamente monotona, ben si presta ad un uso anche di forma ipnotica.

Uno sciamano è un connettore di due realtà, quella materiale (del popolo) con quella divina (degli stati superiori di coscienza). Lynch da sempre usa le immagini per alterare i nostri stati di coscienza, per farci sondare zone più remote del nostro sé. Ovviamente il regista è anche il primo a giocare con la costruzione in abisso che tutta l’operazione suppone. Infatti lo sciamano potrebbe essere Lynch, come anche Donovan, come un terzo che non viene detto ma che è presente impersonalmente in quell’ “I”. Ma a parte questa sciarada forse è bene concentrarsi sul tecnosciamanesimo di cui abbiamo già parlato riguardo il deepfake di Hao Li. Infatti in una situazione di convergenza tra la sfera razionale novecentesca – col predominio della tecnica – e la sfera liquida, irrazionale, dell’era dell’acquario di questo 21° secolo -in cui la tecnica è talmente introiettata da divenire invisibile ed intuitiva – un filosofo delle immagini ed esploratore del subconscio come Lynch (che da sempre gioca con gli effetti speciali in una continua oscillazione tra vedo/non vedo-mostro/non mostro) diventa un punto cardine a cui arrivare e da cui ripartire. Allora lo sciamano serve per farci vedere di più, per farci andare oltre la sfera del reale e portarci in un “oltrereale”.

Il video di “I am the shaman” va esattamente in questa direzione.

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La semplice messa in scena colpisce dall’inizio portando il nostro sguardo sul triangolo quasi esatto formato nel centro dello schermo dalla figura di Donovan armato di chitarra. Tutto si svolge su uno sfondo nero ed è girato (o virato) in bianco e nero. La chioma bianca di Donovan si staglia contro lo scuro del suo vestito, come si staglia ancor di più la collanina di quelle che da lontano sembrano perline bianche. La voce ha un’eco che riverbera entrando ancora di più nella nostra testa e la canzone facilmente ci ricorda molte altre simili, per melodia e ritornello, che abbiamo distrattamente ascoltato in radio o in qualche pubblicità. Se Donovan parte in modo quasi normale verso la fine della prima strofa lo sguardo è già abbondantemente rapito da un oltre che pare situarsi sopra e davanti a lui. Come se stesse guardando qualcosa in modo abbastanza simile al modo in cui Leland Palmer guardava il vuoto. Nel momento in cui Donovan inizia il ritornello “Lorelei Lorelei” il suo sguardo si abbassa diventando sguardo in macchina e intorno a sé l’indefinito nero precedente viene improvvisamente abitato da scie luminose, le quali sembrano comete arrivanti dal firmamento al nostro schermo, al nostro sguardo. Si potrebbe dire che il cantante si trasformi nella celebre ondina Lorelei, sirena germanica famosa per ammaliare i marinai del fiume Reno e farli annegare tra le ripide intorno alla roccia sua dimora. Finito il ritornello la canzone devia verso un potente richiamo alla nostra attenzione con Donovan che canta “I am the Shaman” usando un effetto sulla voce che ricorda molto quello usato da Lynch per gli abitanti della loggia nera. E nel cantare Donovan ci guarda da una posizione di primo piano (sia per stacco che per importanza). Ovviamente siamo da un’altra parte rispetto alla “normalità” da cui eravamo partiti. Lynch sta schiacciando l’acceleratore verso un salto che si mostra subito dopo, quando la ripresa della seconda strofa è montata su un calmo ma ambiguo mare scuro (filmato o virato in bianco e nero) che mostra la propria risacca a riva. Non abbiamo memoria di immagini di mare nella filmografia e videografia di Lynch. Se anche in quasi cinquanta anni di carriera ci sono altri esempi sicuramente è un evento raro questa ripresa del mare.

Ma il mare altro non è che un fluido.
E infatti in modo fluido Lynch ora ha catturato il nostro sguardo prendendo il comando del nostro inconscio per portarlo da un’altra parte. Tale movimento o transizione succede puntualmente dopo le immagini del mare quando torniamo su Donovan che canta ma di cui vediamo finalmente in primo piano la collanina citata prima. Le perline bianche ora appaiono per quello che sono veramente: piccoli teschi. Ora Lynch impasta le immagini unendo le comete, i piccoli teschi, Donovan rimesso dentro il triangolo spaziale dell’inizio. Una volta impastato il tutto il regista può operare senza problemi un semplice zoom fino al primissimo piano di Donovan il cui viso diventa un territorio ambiguo fatto di ricordi degli anni 60 e di aperture verso un futuro lisergico e tecnologico di cui il tecnosciamanesimo lynchiano può essere reale trampolino. La musica è ormai un mantra semplice e ipnotico che dal dettaglio degli occhi di Donovan entra nei nostri. Su questo finale ipnotico Lynch suggella la sua firma con una stratificazione di più livelli di immagini in cui sono presenti il mare scuro, le comete, il primo piano stretto di Donovan e la mano che suona la chitarra. Alla fine la stratificazione si dissolve in un quadro bianco che inghiotte tutto nel silenzio.

Se anche la creazione di un simile video è tecnicamente molto semplice, il gesto di Lynch eleva il tutto alla valenza di segno e di simbolo. La possibilità di usare mezzi più potenti e la ferma volontà nel non farlo, ma anzi di risultare quasi dozzinale nella presentazione degli effetti, ha proprio valenza poetica, quella poetica portata avanti da molto tempo dal regista americano. Come se Lynch confermasse di capire bene quanto nel piccolo trucco possa nascondersi un portale per abbandonare veramente l’ordine della normalità spaziotemporale. Movimento mentale simile alla concentrazione su di un dettaglio o su un punto che ci permette di astrarci dal reale per immergerci nel mare del nostro inconscio e trovare quel “big fish” che è l’idea. Una volta raggiunta l’idea il modo in cui ci siamo arrivati non conta più nulla. Può essere usata anche una semplice quasi monotona canzoncina del caro vecchio Donovan. Lo sciamano Lynch ci ha portato ancora una volta a indagarci per capire chi siamo, da dove veniamo e dove andiamo. Riflessioni potenti soprattutto all’inizio di una nuova era segnata da quel vero punto di rottura che è la pandemia.

Guardando il video viene molto in mente (il tanto amato da Lynch) Ingmar Bergman dire: “siamo ai piedi di un gigante” riferendosi alle infinite possibilità del Cinema. Se ora i padri del Cinema del 900 soccombono biologicamente e filosoficamente al tempo che passa (si pensi alle recenti dipartite di Hellman o Battiato) è vero anche come il tecnosciamanesimo della rivoluzione digitale (con la di essa leggerezza) possa farli resuscitare non solo come ricordo ma proprio come carburante cinefilo per le intuizioni delle visioni che questo ambiguo mezzo può ancora darci. Come Lynch sa benissimo.

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