CANNES 58 - "Sin City" di Robert Rodriguez e Frank Miller (Concorso)
Come il fumetto, così il film: profondo dark con macchie di rosso sangue... L'estetica digitale produce un prototipo bello e impossibile, che traduce in cinema la celebre graphic novel e trova nel cast stellare le sagome di riferimento della mitologia milleriana della città del vizio e del peccato...

Macchie di nero, strisce di rosso sangue, pallidi bagliori di colore qua e là: Cannes 58 sprofonda nel profondo dark di Sin City, atto estremo di un cinema impossibile, ordito con coraggio digitale da Robert Rodriguez sulle tavole cult di Frank Miller. L'effetto è bidimensionale, l'impatto netto e sorprendente come un esperimento riuscito, il risultato chiaramente spiazzante (vedremo il pubblico come reagirà...): il cinema si veste d'altro da sé, Méliès amerebbe, Lucas pure, anche se Sin City è all'esatto opposto della tensione affabulatoria lucasiana, usa il digitale in astrazione estetica, materializza l'impulso antirealistico di un cinema che tutto può, ma non conosce la realtà... Lo schermo qui è piatto come una tavola e Rodriguez/Miller spalmano la tensione estetica della graphic novel di partenza su ogni singolo fotogramma, con una fedeltà che disarma ogni possibilità critica nel loro lavoro di autori e nelle nostre attese di spettatori. Si sta in questo film come sospesi nel vuoto pneumatico di un cinema che produce un altro senso possibile, ma non lo sviluppa sino in fondo. Eppure si apprezza, si è partecipi al gioco, anche perché la tensione offerta dall'oggetto cult viene rispettata in un progetto che si prostra al testo d'origine. La graphic novel di Frank Miller è una straordinaria implosione di estetica pulp, elevata alla ennesima potenza del nero su cui il disegnatore traccia tagli di bianco, facendo emergere dall'oscurità della città del vizio e del peccato figure incredibili, angeli sterminatori di un noir elevato ad archetipo. Solo il rosso - del sangue, della morte, ma anche della passione - si accende qua e là, nelle tavole come sullo schermo, e poi bagliori di blu, macchie di giallo... Come il fumetto, così il film, nella fedeltà di un adattamento estetico che non traduce, ma copia! Intendiamoci, non c'è niente di male e per giunta l'effetto appassiona, rapisce, taglia i tendini all'approccio critico e lo costringe a stare, a non scappare, rimanere immobile dinnanzi ad un film che implode in se stesso...

Del resto, l'implosione è l'atto stesso su cui si fonda Sin City: Frank Miller l'ha concepita come un crogiuolo in cui tutta la rabbia e la violenza delle metropoli mondiali si fondono in una sorta di mitologia fatta di dei ed eroi del male, popolata di fantasmi scolpiti nel fango della perversione, alla perenne ricerca di vendetta, sadico piacere, giustizia sommaria, sesso, violenza gratuita... Corpi armati sino ai denti e resistenti oltre la morte, imbevuti di vizio e peccato, ma anche percorsi da un furore che vorrebbe essere redento. A interpretarli sullo schermo Bruce Willis, Mickey Rourke, Clive Owen, Elijah Wood, Benicio Del Toro, Rosario Dawson, Jessica Alba, Brittany Murphy..., tutti incredibilmente aderenti all'iconografia di partenza offerta dal fumetto di Miller - e anche questa perfetta corrispondenza dei corpi d'attore alle sagome disegnate da Miller è una cosa sorprendete, quasi incredibile, a conferma dell'impossibilità critica di qualsiasi punto di fuga del testo filmico rispetto alle tavole della graphic novel...
I personaggi si succedono di episodio in episodio, proprio come nel fumetto di Miller, intrecciando tre vicende portanti sul corpo sterminato di Sin City, infestato di criminali, prostitute, psicopatici, poliziotti corrotti: s'inizia con Bruce Willis nei panni di Hartigan, poliziotto tutto d'un pezzo, che ha un'ultima missione da compiere: salvare la piccola Nancy, sette anni, rapita da uno psicopatico pedofilo, figlio di un potente politico. Poi c'è Mickey Rourke che è Marv, sorta di bestia umana, deforme nel volto e invincibile nel fisico, spietata ma dal cuore gentile. Marv si ritrova morta nel letto Goldie, bionda da schianto, e si mette sulle tracce del reale assassino, uno psicopatico cannibale di nome Kevin (Elijah Wood), che mangia le sue vittime e ne conserva le teste come trofeo... E infine c'è Dwight (Clive Owen), che passa le sue notti a proteggere Shellie (Brittany Murphy), Gail (Rosario Dawson) e le ragazze del quartiere da Jackie Boy (Benicio Del Toro), un poliziotto sadico e corrotto che non sembra proprio intenzionato a morire...
L'azione è serrata, ma non invasiva, occupata dall'apparato di una imagerie che tiene stretto il testo nel respiro di ogni gesto, nella performance di ogni inquadratura, nel continuo risuonare di una concezione grafica dove tutto è detto, mostrato, affascinante. Alla fine Sin City è un perfetto prototipo, bello e impossibile, affascinante e praticamente statico. Un prototipo che incarna genialmente lo snodo fondamentale di un cinema (digitale) che può cambiare, essere altro da sé... Se pensate che solo dieci anni fa Alex Proyas lavorava su un'altra graphic novel di culto come "The Crow" di James O'Barr e la portava al cinema elaborando un'estetica fedele alle tavole ma vitale nella sua tensione filmica...
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