VENEZIA 64 - "Valzer" di Salvatore Maira (Giornate degli autori)

Il titolo allude al ritmo dei movimenti di macchina che in questo film, costruito quasi su un unico piano sequenza, portano gli attori ad incrociarsi nei corridoi di un lussuoso albergo torinese. Quella di Maira è una scelta poetica o un esercizio di stile?

Valzer si svolge interamente in un lussuoso albergo di Torino. Meglio, si svolge quasi del tutto nei sotterranei, nei corridoi bui di questo hotel in cui la giovane Assunta (Valeria Solarino) fa la cameriera, aspirando però a diventare maestra di scuola. La scelta di Salvatore Maira, regista e sceneggiatore, è stata quella di girare il film in un unico piano sequenza (ma in realtà c’è forse qualche taglio): i personaggi si incontrano e si sfiorano, e una panoramica basta per dare l’avvio ai numerosi flashback che costellano l’intreccio. La ragazza, al suo ultimo giorno di lavoro, si trova a dover affrontare il padre (Maurizio Micheli) di una sua vecchia collega e amica, al quale ha scritto lettere in tutti gli anni in cui è stato imprigionato in Argentina, visto che la figlia era troppo impegnata a cercare con ogni mezzo, spesso discinto, la strada del successo nel mondo dello spettacolo. Dopo aver assimilato l’impegno di realizzazione, dovuto per lo più allo sforzo tecnico di Maurizio Calvesi, che guida la macchina da presa per i diversi ambienti e riesce a dettare i tempi dei movimenti, delle luci diverse, del montaggio interno e delle entrate in scena dei personaggi, permane un certo dubbio sulla ovvietà del tema della messa in scena, cioè la presunta caduta dei valori della società italiana, assuefatta alla corruzione, nonché la sensazione che dialoghi e monologhi siano eccessivamente letterari. Maira cerca di dividere lo spazio del film in due luoghi, quello della gente umile e quello dei potenti, e lo fa alternando ai sotterranei dell’albergo, in cui si muovono cameriere, cuochi e conceirge, pieni delle loro speranze e delle loro piccole ambizioni, il set della sala conferenze in cui una spietata holding legata ad una squadra di calcio si balocca pensando a come attraverso il pallone e la tv si possa controllare l’umanità, addomesticandola ai soprusi. In Valzer  la scelta pur coraggiosa del piano sequenza, dettata dall’immagine poetica della danza corale, un “valzer” delle relazioni tra i personaggi, corre il rischio di apparire manierista, nonostante la buona fede (che sfiora la banalità) dei propositi: teorie sull’arte della dominazione invisibile della tv, accenni forse troppo generici a un declino sociale, donne che scelgono che scelgono il ruolo di mantenuta (la madre di Assunta), fino a una riflessione sul dominio dell’apparenza, come la showgirl ossessionata dalla chirurgia estetica, e dal potere che deriva dal denaro. Incalzati costantemente dalla macchina da presa, gli attori si concedono quasi tutti delle interpretazioni enfatiche, ad eccezione della prestazione più misurata di Micheli e di Graziano Piazza che, forse più abituati a questo ritmo dall’esperienza teatrale, soffrono meno, si contengono di più e paiono credibili.

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