"American Gangster", di Ridley Scott
Colpisce al cuore American Gangster, è una lezione di epica che diviene lentamente un esempio di etica cinematografica, un’opera dove il duello si trasforma in atto d’amore e d’amicizia, e la vendetta si scioglie in inesorabile perdono (quello che non lascia che la via del suicidio al detective corrotto...). Il gangster-movie è solo lo sfondo per il ritratto di un Paese senza fiducia che ritrova l’etica del fidarsi e dell’affidarsi nello scontro/incontro fra due duellanti che si guardano dritto negli occhi all’ombra di una chiesa di Harlem e decidono di condividere un mondo. Anzi: quello sguardo etico/epico che segna tutto il cinema di Ridley Scott...
Ancora “duellanti” in bilico fra lame di luci e strapiombi d’ombra nel cinema di Ridley Scott. Sospeso fra le atmosfere dell’America degli anni ’70, stretto fra l’assurda guerra in Vietnam, la dilagante corruzione delle forze dell’ordine e fiumi di eroina che, quasi fossimo fra le pagine di Ubik di Dick (grande scrittore dell’immaginario visivo di Scott...), scorrono fra le vene della popolazione di New York, American Gangster racconta la sfida e l’amicizia tra due uomini, le loro vite speculari ma rovesciate, il loro modo di guardare il mondo, di leggere ed inscrivere su corpi e visi una tavola di valori, una prospettiva per abbracciare e scrutare l’universo sensibile. Due “forme di vita” tanto diverse da essere identiche, due occhi perfettamente incarnati dallo sguardo fermo e deciso di Denzel Washington – straordinario boss di “colore”, figura di una modernità filmica che sfida la verità della storia... – e da quello nevrotico ed inquieto di un Russell Crowe che, pian piano, sta diventando il vero corpo-icona del cinema di Ridley Scott.
Fin qui la storia, questo corpo-a-corpo che, come silenzioso Leitmotiv traccia tutto l’opus di Scott (da I duellanti ad Alien, passando per un capolavoro sottovalutato come L’Albatross – Oltre la tempesta, per precipitare lungo i bordi delle sequenze de Il gladiatore e Black Hawk Down), quasi un’epica dei corpi e dei gesti che taglia ed attraversa tutte le inquadrature di American Gangster. Corpo-a-corpo, ma anche lame di luci: illuminazioni improvvise e violente che rischiarano gli spazi oscuri dove corpi nudi di ragazze raffinano eroina (la “mitica” Blue Magic...), sbirri corrotti riscuotono tangenti e “vendono” colleghi ed informazioni, mentre la scrittura filmica di Steven Zaillan sembra non perdere un colpo. È un continuo contrappunto di bagliori dell’occhio e “scuri” dell’anima l’ultimo film di Scott, un “controcampo” che rilegge la tragedia del Vietnam come “controcanto” di un Paese narcotizzato ed atrofizzato da una guerra “drogata” e folle, mostrando il lato “nero” di una Harlem dimenticata dalla storia, ma in grado di sovvertire gli equilibri economici e di potere della criminalità organizzata newyorchese; un film “monumentale” per la sua capacità di legare i destini dei protagonisti, i loro sguardi, alle vicende di una nazione sull’orlo del baratro, dipingendo un affresco di luci ed ombre (di “bianco” e “nero”) quasi materializzato e “metaforizzato” dal montaggio di Pietro Scalia.
American Gangster è un film sulla modernità del cinema: schermo ancora capace di affrontare la realtà della storia recente, offrendo prospettive di lettura nuove e privilegiate perchè sempre immerse nella vita di uomini, raccontate attraverso singolarità ed individualità che lottano e si affrontano sul teatro-set-palcoscenico del mondo. Non era facile tornare sul “luogo del delitto” di un “genere” come il gangster-movie, più volte magistralmente toccato da Coppola, Scorsese, Ferrara, De Palma, ma Scott riesce nell’impresa di mettere in scena una storia incredibile perché vera, ri-aggiornando (o forse sarebbe meglio dire “sfuggendo”...) codici e stereotipi, firmando inquadrature da brividi perché sempre immerse nelle vite private dei protagonisti, in ritratti familiari perfettamente disegnati, in una costellazione di affetti e sentimenti che luccicano (...ancora e sempre la luce e l’ombra di Scott...) ad ogni inquadratura. Almeno due i rapporti “d’amore” incorniciati fra i chiari e gli scuri del film: la relazione fra il boss Frank Lucas e sua moglie, con quel cappotto di cincillà a bruciare come pelle “scuoiata” in un camino, e lo schiaffo di una madre ad un figlio, gesto “catartico” ed etico di un amore che supera i confini del bene e del male.
Colpisce al cuore American Gangster, è una lezione di epica che diviene lentamente un esempio di etica cinematografica, un’opera dove il duello si trasforma in atto d’amore e d’amicizia, e la vendetta si scioglie in inesorabile perdono (quello che non lascia che la via del suicidio al detective corrotto...). Il gangster-movie è solo lo sfondo per il ritratto di un Paese senza fiducia che ritrova l’etica del fidarsi e dell’affidarsi nello scontro/incontro fra due duellanti che si guardano dritto negli occhi all’ombra di una chiesa di Harlem e decidono di condividere un mondo. Anzi: quello sguardo etico/epico che segna tutto il cinema di Ridley Scott...
Titolo originale: American Gangster
Regia: Ridley Scott
Interpreti: Denzel Washington, Russell Crowe, Chiwetel Ejiofor, Cuba Gooding jr., Josh Brolin, Ted Levine, Armand Assante
Distribuzione: UIP
Durata: 157’
Origine: Usa, 2007
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