"Dr. Plonk", di Rolf De Heer
Il dottor Plonk, scienziato folle, convinto della fine del mondo, resterà infine inascoltato e soprattutto prigioniero (della modernità) e condannato ad assistere, nel sorriso amaro della gag, all’indifferenza di un sistema sociale che sembra governato da leggi di arroganza, più che di fisica, e preferisce chiamare ordine la sua autodistruzione. Presentato alla 2° Festa del Cinema di Roma nella sezione "Extra"
Di fronte a un mondo che crolla politicamente, culturalmente ed economicamente a pezzi (sorpresa: il nostro!) in cui l’immagine è pilotata da precisi standard estetici perlopiù televisivi, Rolf de Heer racconta di aver sentito l’esigenza di utilizzare frammenti di una pellicola mai utilizzata che conservava in frigorifero dal ‘96 e una cinepresa moderna modificata con una manovella: realizza così un film muto che non si pone come omaggio colto e nostalgico al cinema di Harold Lloyd, Charlot e soprattutto Buster Keaton, ma piuttosto come una sorta di “boccata d’aria”, circa 80 minuti di gag comiche che non riprendono quell’immaginario per adattarlo ai nostri tempi, ma al contrario tentano di collocare la nostra contemporaneità in un paesaggio in bianco e nero, per rivelare con sorridente amarezza la sostanziale immutabilità dei poteri di fronte all’intuito di un individuo, immediatamente reso inoffensivo e rinchiuso, indifferentemente in manicomio o in carcere, bollato come folle o terrorista. Nel 1907 il Dr. Plonk, sagoma di distinto inventore che nei momenti di illuminazione estrae una lampadina luminosa dalla tasca, si accorge a causa di un piccolo incidente che un mondo dalle risorse limitate corre il rischio di diventare un involucro vuoto, una nave dei folli, giungendo alla logica conclusione che in capo a 101 anni sarà distrutto, ma i suoi calcoli vengono derisi dai consiglieri australiani: gli tocca costruire una macchina del tempo per riportare prove certe, affrontando viaggi perigliosi assistito dalla grande donna (addirittura imponente, in questo caso) che c’è dietro a ogni grande uomo, da una camerierina nevrotica che continua a pulire il laboratorio senza motivo, dal cagnolino Tiberius che corre dappertutto e dal suo fedele servitore sordomuto Paulus, al quale il dottore non lesina calci nel sedere e affettuose tirate d’orecchio nel tentativo di richiamarlo all’ordine, vedendolo più dedito all’alcool (che occasionalmente versa nei preziosi composti chimici del suo capo!) e a sognare avventure galanti che non alla sperimentazione scientifica. L’impavido dottore proverà di persona a viaggiare nel tempo, incontrando indigeni e politicanti moderni, assisterà a un’incursione di Paulus negli anni ’70, di ritorno con una bella ragazza hippy, cercherà disperatamente di convincere l’uomo della modernità dell’apocalisse che sta per compiersi, ma il primo ministro dei nostri tempi, benché seduto davanti a un computer, conserva l’approccio passivo e beota dell’utente televisivo medio, e di fronte alla fine del mondo propone un’unica soluzione: cambiare canale.. E’ irresistibile una delle scene finali, in cui i reparti speciali della polizia esaminano con circospezione mista a terrore la semplice cassa di legno con cui il Dr. Plonk attraversa le epoche: non deve destare stupore che il dottore resti alla fine inascoltato e soprattutto prigioniero (della modernità), condannato ad assistere, nel sorriso amaro della gag, all’indifferenza di un sistema sociale che sembra governato da leggi di arroganza, più che di fisica, e preferisce chiamare ordine la sua autodistruzione.
Titolo originale: id.
Regia: Rolf De Heer
Interpreti: Nigel Lunghi, Paul Blackwell, Magda Szubanski, Wayne Anthoney
Distribuzione: Fandango
Durata: 82’
Origine: Australia, 2007
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