"Nemico pubblico n.1 - L'istinto di morte", di Jean-François Richet
L’atmosfera lascia il posto ai fatti. Il polar è diventato un action movie. Definitivamente. Richet ne è consapevole e si muove con la stessa ‘indifferente’ sicurezza mostrata in Assault on Precinct 13, manda avanti lo spettacolo e fa salire la tensione al massimo, interrompendola al punto più alto della parabola. Nell’attesa della seconda parte
Jacques Mesrine è senza dubbio una figura terribile e affascinante, che si è impressa con una furia corsara nell’immaginario collettivo francese. Figlio di un pacifico commerciante di tessuti, soldato nella ‘sporca’ Guerra d’Algeria, ‘operaio’ del crimine agli inizi degli anni ’60, bandito spietato verso la metà del decennio, ricercato e detenuto eccellente in Canada, un’evasione clamorosa da una carcere di massima sicurezza, un’escalation inarrestabile di reati efferati, fino alla fama di “nemico pubblico n. 1” al suo ritorno in Francia negli anni ’70. Una vita fino all’ultimo respiro, raccontata dallo stesso Mesrine nell’autobiografia L’istinct de mort, scritta in prigione nel 1977. Il crimine e la scrittura, la vita che si fa romanzo. Per il cinema il richiamo è straordinario, quasi obbligatorio. Sin dagli anni ’80, le vicende di Mesrine sono un’ispirazione. E Jean-François Richet e lo sceneggiatore Abdel Raouf Dafri ci riprovano, adattando l’autobiografia de ‘l’uomo dai mille volti’ in un film in due parti (L’istinct de mort e L’ennemie public n°1), uscito in Francia nel 2008 e vincitore di tre premi César (miglior regia, miglior attore protagonista, miglior colonna sonora). Poteva essere una perfetta storia da polar, un José Giovanni senza alcuna possibilità di redenzione. Ma non c’è più nulla da cantare. Non c’è quella tensione spasmodica di Giovanni per una libertà impossibile che prova a farsi strada tra le maglie di una società spietata, non c’è più il sogno dolente di una seconda possibilità. Il senso dell’onore non è mai esistito, i samurai di Melville sono morti e i codici sono una favola. Non esistono regole, ammette amaramente Guido (un Gérard Depardieu irrimediabilmente ‘mostruoso’, senza più la salvezza o la condanna della passione). Ognuno crea la sua morale, ma il mondo dei truand è solo una giungla impazzita. A mille miglia di distanza dalla splendida malinconia del genere. A Richet non interessa ricreare il milieu. Semmai cerca di ricostruire i tempi, è attento al décor, alle mode, alla foggia dei vestiti, racconta le vicende più scottanti, tacendo tutto ciò che sta nel mezzo, le pause. E’ come se ogni ellisse affermasse che non ha più senso, oggi, scavare in un personaggio senza freni inibitori: un uomo che rallenta solo per brevissimi istanti, mostrando tenui barlumi di umanità con i figli, con una puttana sfregiata, con una donna, per poi ripartire senza scrupoli verso l’abisso, a velocità folle. L’atmosfera lascia il posto ai fatti. Il polar è diventato un action movie. Definitivamente. Richet ne è consapevole e si muove con la stessa ‘indifferente’ sicurezza mostrata in Assault on Precinct 13, dove aveva prosciugato e rimpiazzato velocemente la profondità geniale di Carpenter. Non c’è neanche più l’interesse postmoderno al genere di riferimento. Nessun intellettualismo. Probabilmente a ragione. Richet manda avanti lo spettacolo, gioca a fondo con stilemi forse desueti (lo split screen non solo per raccontare due vicende contemporanee, ma anche per moltiplicare il punto di vista sul personaggio), ma fa salire lentamente la tensione al massimo, interrompendola al punto più alto della parabola. E per questo sembra obbligarci a una visione frustrante, a metà, una sorta di infinito preambolo alla seconda parte. Ma soprattutto, da vero regista action, costruisce L’istinto di morte intorno alla presenza ossessiva di corpo, sulla fisicità davvero impressionante di Vincent Cassel, il vero motore ‘mobile’ che detta il tempo e il ritmo del film. Titolo originale: L’istinct de mort
Regia: Jean-François Richet
Interpreti: Vincent Cassel, Gérard Depardieu, Cécile De France, Gilles Lellouche, Roy Dupuis, Elena Anaya, Ludivine Sagnier
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 110’
Origine: Francia/Canada/Italia, 2008
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