"Complici del silenzio", di Stefano Incerti
Ennesimo esempio di cinema di denuncia: di un cinema, ovvero, che affranca le coscienze ma imprigiona lo sguardo, il film di Incerti scomoda i soliti fantasmi del "cinéma de papa" (Rosi e Fellini, esplicitamente citato), ma in definitiva aumenta il rammarico per la penuria italiana di pellicole “libere” come La banda Baader Meinhof di Uli Edel o L'istinto di morte di Jean-François Richet
Bastano pochi secondi: l'immagine sfocata di una hostess, le note di un bandoneón (strumento fondamentale del tango) ed ecco fatto, siamo in Argentina. Poi è sufficiente nominare Paolo Rossi o che in discoteca parta I'm your boogie man dei KC and the Sunshine Band (per altro già usata dagli stessi De Scalzi e Pivio in Maradona, la mano di Dio di Marco Risi) e veniamo informati che il film è ambientato durante i Mondiali del '78 (è la storia del giornalista sportivo Maurizio Gallo, perseguitato dalla Giunta Militare di Videla). Il caso Moro? Appena accennato nei dialoghi.
Stando all'autore, non si tratta di un “atto politico” ma di “una vicenda che da storia d'amore si trasforma in thriller, sposando il cinema di genere con quello d'autore" (ma una storia d'amore non è già un atto politico di per sé?), che scomoda i soliti fantasmi del “cinéma de papa” (Rosi e Fellini, esplicitamente citato) per legittimare il riconoscimento come “film d'interesse culturale”. Il che spinge a chiedersi quale sia il senso di operazioni come questa (al di là dell'attualità: il 27 febbraio 2009 sono stati condannati all’ergastolo cinque ex-membri della marina militare argentina), se non quello di aumentare il rammarico per la penuria italiana di pellicole “libere” come La banda Baader Meinhof di Uli Edel o L'istinto di morte di Jean-François Richet (Romanzo criminale e Cemento armato sono passati invano, purtroppo).
Incerti, inoltre, a forza di non mostrare la violenza, finisce per girare una sequenza di stupro profondamente immorale, diventando lui stesso complice del silenzio del titolo: invece di filmare gli abusi dei soldati, sbatte in primo piano la sofferenza dei due amanti (la Raggi in lacrime, Boni che urla sopra una colonna musicale ridondante), stuprandoli a sua volta con la mdp. Lo stesso Alessio Boni (impostato e teatrale anche quando dorme) viene inquadrato soltanto di spalle, da seduto, in primo piano o addirittura da vecchio, sì da svilire il suo unico punto forte, la fisicità (a differenza di Arrivederci amore, ciao di Soavi).
In definitiva, l'ennesimo esempio di cinema di denuncia: di un cinema, ovvero, che affranca le coscienze ma imprigiona lo sguardo.
Regia: Stefano Incerti
Interpreti: Alessio Boni, Giuseppe Battiston, Juan Leyrado, Jorge Marrale, Florencia Raggi.
Distribuzione: Mediaplex Italia
Durata: 103'
Origine: Italia 2008
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"non sarà forse più semplicemente che non ci piace Incerti?"<br /><br />questo è pregiudizio Attisani! ....stai ammettendo che qualunque film faccia Incerti (bello o brutto che sia), riceverà da te una critica negativa....ti sembra onesto intellettualmente? mostrare più violenza cosa cambiava? Vi fermate all'apparenza...non disponete degli strumenti necessari per giudicare....rivolgetevi a pellicole meno impegnative....
Inviato da h55 il 21/04/2009 -
...distribuzione=capolavoro” non è provabile. <br />@h55: non sarà forse più semplicemente che non ci piace Incerti? Poi leggo “il critico del resto è un regista mancato” e mi viene una tristezza infinita, perché è una frase che sembra uscita 70 anni fa, prima dei Cahiers du cinéma e della Nouvelle Vague, e non nel 2009. (I critici sono bravi solo quando scrivono quello che si vuole leggere?)
Inviato da Fabrizio Attisani il 21/04/2009 -
@Sergio: “un film contro, difficile, duro”? Contro chi? Difficile in che senso? Un film come fa a essere duro se non ha nemmeno il coraggio di mostrare la violenza? Questo è l'effetto del cosiddetto “cinema di denuncia”: ti fa sentire a posto con la coscienza facendoti credere di aver assistito a uno spettacolo contro, difficile, duro. Ma in realtà poi si torna tutti a casa, si apre la televisione e ci si indigna di nuovo con il Santoro di turno. Suvvia... <br />E poi la distribuzione è incolpevole: non sarà che se un film non incassa quanto previsto (o quanto voluto), è perché forse non vale il prezzo del biglietto? INLAND EMPIRE è un film ben più duro e difficile di Complici del silenzio, eppure con una distribuzione da film d'essai ha comunque guadagnato discretamente. Al contrario, The island di Michael Bay (a prescindere da ogni giudizio sul film), con una distribuzione capillare da blockbuster, ha avuto una riuscita economica ben al di sotto delle aspettative. L'uguaglianza “pessima ...
Inviato da Fabrizio Attisani il 21/04/2009
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