TORINO FILM FESTIVAL 26 - "New Orleans Mon Amour", di Michael Almereyda (Fuori Concorso)
Almereyda pare aver scambiato l'autarchia a basso budget dei canoni della messinscena indipendente per una scarnificazione che riduce New Orleans ad un pittoresco locale di abat-jours e candele dove una big band capeggiata da un nero in zoot suit scarlatta suona dell'afro jazz, e che per il resto riprende le strade e le case e i resti e le persone della città con sguardo inerme – lo stesso che hanno i due protagonisti della storia, personaggi di assoluta antipatia di cui la città sembra disinteressarsi subito, ai loro spasmi, ai loro eccessi di violenza, alle loro fobie e urla.
Eppure sembrava proprio il digitale il mezzo perfetto per raccontare Katrina, e le sorti di New Orleans: When the leeves broke di Spike Lee, New Home Movies from the Lower 9th ward di Jonathan Demme, ma anche un piccolo fantastico corto visto lo scorso anno proprio qui a Torino nella Zona come The Second Line di John Magary sembravano dimostrare come lo scenario della catastrofe abbattutasi sulla città della Louisiana fosse diventato (un po' come il campo di battaglia del G8 di Genova) il banco di prova della nuova memoria collettiva digitale, spontanea, orgogliosamente anonima e 'dispersiva', orfana e bastarda insieme, ma soprattutto resistente alla fine del mondo e delle cose – come la pellicola del film ritrovato tra le macerie della guerra in Ex-Jugoslavia da Harvey Keitel nel finale de Lo sguardo di Ulisse di Angelopoulos. Michael Almereyda, autore importante nella gloriosa scena indie statunitense, arriva a New Orleans per girare in HD la storia d'amore tra una coppia – lei volontaria, lui medico – con forti problemi di carattere psichico: vicenda di anime vaganti in mezzo alla distruzione, nella frontiera di un passato che resta invece di divenire presente – senza un briciolo della forza però dell'erranza di Isabelle Huppert nel formidabile Medée-Miracle di De Bernardi, o l'assoluta potenza espressiva di un rigore minimale portato a sublimazione essenziale come quello dell'ultimo Amir Naderi di Vegas – Based on a true story. Perché Almereyda pare aver scambiato l'autarchia a basso budget dei canoni della messinscena indipendente per una scarnificazione che riduce New Orleans ad un pittoresco locale di abat-jours dai riflessi rossi e candele dove una big band capeggiata da un nero in zoot suit scarlatta suona dell'afro jazz, e che per il resto riprende le strade e le case e i resti e le persone della città con sguardo inerme (il mon amour nel titolo si teme sia sarcastico) – lo stesso, d'altra parte, che hanno i due protagonisti della storia, personaggi di assoluta antipatia a cui delle sorti di New Orleans in realtà importa meno di niente. Così come la città sembra disinteressarsi ai loro spasmi, ai loro eccessi di violenza, alle loro fobie, malattie mentali, urla, discorsi interminabili, implosi e contorti: “problemi da ricchi”, dice al medico il cantante nero in tenuta rossa d'ordinanza. Ecco, forse l'aspetto più interessante dell'irritante lavoro di Almereyda è proprio questa vittoria della città sulla storia problematica e particolarmente pretenziosa del film in cui avrebbe dovuto fare da banale sfondo metaforico: alle costruzioni, alle macerie, ai crolli e ai morti di New Orleans a conti fatti non preme davvero per nulla di sapere se la ragazza tornerà col dottore che sta per risposarsi con un'altra, oppure resterà con l'anarchico che vive in una tenda per aiutare gli sfollati. E il progetto di Almereyda finisce inevitabilmente con l'inabissarsi in maniera definitiva.
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