BERLINALE 59 - "London River", di Rachid Bouchareb (Concorso)
La storia trae spunto dai drammatici eventi legati agli attentati del 7 luglio 2005 di Londra. Due persone si ritrovano dopo la tragedia, nonostante la loro provenienza. Il regista francese di Indigènes, vorrebbe “abitare la distanza”, ma l’eco di un mondo agognato e lontano giunge assai debolmente
La storia trae spunto dai drammatici eventi legati agli attentati del 7 luglio 2005 di Londra, nei quali persero la vita, saltando in area negli autobus e nella metropolitana della citta’, 56 persone e oltre 700 rimasero ferite. Due persone sono direttamente toccate dalla tragedia, nonostante provengano da due Stati diversi. Ousmane, un mussulmano, e la signora Sommers vivono rispettivamente in Francia e su di un’isola britannica. Trascorrono tranquillamente la loro vita fino a quando non ricevono piu’ notizie dai loro figli, dopo il 7 luglio. Quando si recheranno a Londra, scopriranno che i loro figli stavano insieme e quindi, non prima di aver superato la diffidenza reciproca, dovranno unire le loro forze per cominciare la ricerca dei due scomparsi.
Nonostante tutto il regista francese di origini algerine Rachid Bouchareb piace al pubblico ed anche alla critica presente ai festival. Anche il suo terzo lungometraggio, dopo Little Senegal (a Berlino nel 2001) e Indigènes (in concorso a Cannes nel 2006), è stato applaudito. Si resta sinceramente perplessi, ancora una volta. Dopo la sua ultima escursione sui mali della seconda guerra mondiale, l’autore ancora una volta cerca di catturare le emozioni con primi piani didattici e accademici, troppo scolastici per poter essere catapultati tra le linee di scontro ed essere preda del disagio, delle grida, di carne che anche semplicemente vibra. L’incontro/scontro tra due culture diverse, impersonate dai protagonisti, è molto evanescente. Questo cinema cristallizza anche il dolore e il tormento, non li libera: il viaggio breve di scoperta, la sottile linea che separe la paura dal razzismo, l’accenno a mostrare Ousmane quasi come un extraterrestre venuto da molto lontano, sono evanescenti affreschi smuoventi le coscienze solo quando ti accorgi di aver assistito ad un’occasione mancata. Vorrebbe “abitare la distanza”, ma l’eco di un mondo agognato e lontano giunge assai debolmente. Ci pare di poter constatare di essere dinanzi ad un autore sopravvalutato. L’unica nota degna di merito riguarda gli attori. Eccezionali entrambi: Brenda Blethyn e Sotigui Kouyate, che potrebbero candidarsi anche per la migliore interpretazione.
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