CANNES 62 - "Map of the Sounds of Tokyo", di Isabel Coixet (Concorso)
Formalmente ineccepibile, disegnato e chiuso in ogni inquadratura, il film della regista spagnola però rischia di scoppiare dentro se stesso, nella sua persistente monotonia autoriale dove anche Tokyo diventa set chiuso e impermeabile. Gli unici squarci di luce sono presenti nelle scene d’albergo dove s’incontrano David e Ryu
Dopo Los abrazos rotos di Almodóvar, la Spagna presenta con Isabel Coixet il secondo film in concorso, Map of the Sounds of Tokyo. Si tratta ancora di un’esplorazione sentimentale del cinema della regista che però questa volta si contaminano con frammenti noir che però vengono come smembrati. Ryu è una ragazza solitaria che ha una doppia vita: di notte lavora al mercato del pesce e ogni tanto accetta incarichi come killer a pagamento. Un giorno viene contattata da Ishida, che lavora come dipendente del potente signor Nagara, affranto per la morte della figlia che si è suicidata. Questi le affida il compito di far fuori lo spagnolo David, ritenuto responsabile della morte della ragazza.Formalmente ineccepibile, disegnato e chiuso in ogni inquadratura, il film di Isabel Coixet però rischia di scoppiare dentro se stesso. Voci, suoni, immagini video che si riflettono su una vetrata, le scritte col sangue su uno specchio, la musica de La vie en rose, sono tutti gli elementi di una composizione che appaiono come le note di uno spartito musicale dove non manca nulla. Si compiace sempre di più lo sguardo di Isabel Coixet, come il precedente Lezioni d’amore, del suo manierismo. Se però in quel caso si poteva vedere quel film come un’opera su commissione nel quale si era confrontata con l’adattamento di L’animale morente di Philip Roth, qui invece trasforma quello che doveva essere teoricamente un’opera sensoriale in qualcosa di fastidiosamente letterario, in cui c’è un descrittivismo così esagerato che impedisce ai personaggi di prendere vita ma di restare lì, sospesi in quel limbo. Forse questo è giustificabile da un punto di vista narrativo in quanto i protagonisti vivono nel lutto e/o nell’ombra e la presenza della ragazza che si è suicidata continua ad aleggiare come un fantasma nel presente. Ma è proprio il modo in cui è guardata Tokyo, con le luci e le strade che disegnano delle traiettorie ben delineate all’interno dell’inquadratura che appare come un set chiuso e impermeabile, nel quale non ci si ambienta ma neanche ci si perde come avveniva invece in Lost in Translation di Sofia Coppola. Gli unici squarci di luce sono presenti nelle scene in albergo con David e Ryu. Lì si sente la passione e il dolore dei due protagonisti. Ovviamente si tratta di sentimenti che sono accuratamente descritti prima di essere vissuti però il modo con cui la Coixet filma i loro corpi lasciano uscire il film, anche solo per un attimo, da quella sua persistente monotonia autoriale.
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