VENEZIA 66 - "Tetsuo: The Bullet Man", di Shinya Tsukamoto (Concorso)
La forza di questo terzo capitolo cibernetico di Tetsuo sta non tanto nella sua sintesi, quasi anacronistica, della nuova carne, quanto nel ripercorrere l'ineluttabilità di una mutazione - quella che porta l'uomo al metallo - mai come stavolta irrimediabilmente genetico-famigliare
Ci sono registi che attraverso il tempo e le opere non riescono a non fare sempre lo stesso film. Succede con Garrel, Romero, per certi versi con lo Scorsese dei mafia movies, e succede con Shinya Tsukamoto, geniale cantore del corpo postmoderno e della biocibernetica a cavallo tra gli ottanta e novanta e qui alle prese con il terzo capitolo di Tetsuo dopo Body Hammer e Iron Man. E' un ripercorrere ossessivo dentro l'idea stessa di un cinema che mai come nessun altro ha tentato di applicare il pensiero al gesto-immagine, al punto che quest'ultimo nei film di Tsukamoto pare arrivare persino prima dell'Idea. Un cinema di stimoli sinestetici a cui l'esperienza cinema non è forse nemmeno mai bastata, se non nella serialità del processo sperimentale da mini-circuito, di cui questo terzo capitolo ne è forse la testimonianza più limpida e, per certi versi, indifesa e fragile.
Diventa comunque a tratti commovente il Bullet Man di Venezia 66, non tanto nella sua sintesi, quasi anacronistica, della nuova carne, quanto nel ripercorrere l'ineluttabilità di una mutazione - quella che porta l'uomo al metallo - mai come stavolta irrimediabilmente genetico-famigliare. La vera natura robotica di Anthony è per la prima volta illustrata da Tsukamoto attraverso un tentativo drammaturgico - gli esperimenti scientifici del padre, la morte di cancro della madre e la creazione di un androide a lei identico che lo ha generato - che inchioda ancor di più il suo cinema alle radici profonde di legami sociali e sentimentali distruttivi. Non c'è mai colpa nei tristi uomini-macchina di Tsukamoto (che qui per la prima parlano inglese e sono figli di padri occidentali e replicanti giapponesi!), solo il dolore di un'esistenza sin dalla nascita macchiata nel dna di un universo e di un progetto cinematografico che nascono già come postumani. Potrebbe spettare allora allo stesso regista nipponico l'atto di interrompere la catena e congelare dolore e rabbia del suo Tetsuo alla storia del cinema. Ma è Tsukamoto stesso che, nonostante le minacce e le schermaglie con cui combatte da nemico nel solito pirotecnico finale, sembra non riuscire a premerlo il bottone dell'apocalisse. Forse perchè davvero troppo innamorato dei suoi sogni e dell'eventualità di filmare ancora il disperato (e innamorato) abbraccio epifanico tra la donna e l'uomo-proiettile
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