UMANO (NON) UMANO - "Il mondo dei replicanti", di Jonathan Mostow
Jonathan Mostow, il regista del fondamentale Breakdown - La trappola, a sei anni da Terminator 3, si riconferma solido metteur en scène con un’etica e un umanesimo intimamente classici nonostante gli effetti digitali, servito a dovere dalla scrittura di Ferris e Brancato, fra i migliori sceneggiatori di genere in circolazione; mentre Bruce Willis è sempre più autentico corpo della resistenza
There's a place up ahead and I'm goin' just as fast as my feet can fly
Come away, come away if you're goin', leave the sinkin' ship behind.
Bring a song and a smile for the banjo, better get while the gettin's good,
Hitch a ride to the end of the highway where the neons turn to wood.
Come on the risin' wind, we're goin' up around the bend.
(John Fogerty, “Up Around the Bend”)
Bruce Willis si conferma sempre più come autentico corpo della resistenza. Lo si era capito già dall'antiquato Die Hard – Vivere o morire, col mitico one-liner “Yippee ki-yay, mother fucker” di John McClane seguìto nei titoli di coda da Fortunate Son dei Creedence Clearwater Revival, e d'altronde non poteva essere altrimenti: la filippica anti-tecnologica doveva passare necessariamente attraverso lo storico gruppo country-rock della Bay Area, la stessa degli psichedelici Grateful Dead, Jefferson Airplane e Quicksilver Messenger Service. E anche in questo Il mondo dei replicanti (scialba traduzione di Surrogates, fumetto di Robert Venditti e Brett Weldele) vediamo Tom Greer, ennesimo, fulgido esempio di poliziotto stanco e “tradito” della straordinaria carriera di Willis, farsi strada fra i corpi inanimati di surrogati sulle note di una pedal steel guitar (strumento tipico del country) e della Nona Sinfonia di Beethoven. L'assunto è evidente, solo che Jonathan Mostow non è Len Wiseman, regista diligente al servizio di un Willis in competizione con Michael Bay, ma solido metteur en scène di segni e forme mitologiche in duello friedkiniano, tanto più importante in quanto operante in un'epoca di profonda crisi della visibilità e leggibilità dell'immagine, così come delle coordinate del nostro immaginario: osservate le traiettorie moderniste (non moderne) della mdp durante gli inseguimenti oppure le riprese nei laboratori, tutte superfici lucide e riflessi di luce al neon; o ancora come inquadra il volto-set di Willis da angolazioni che rimandano evidentemente al Metropolis di Fritz Lang. E proprio durante una delle numerose sequenze d’azione, l'illumin-azione: la soggettiva di un motociclista, unico uomo in una città di robot, che è insieme soggettiva dell'umano (lo spettatore, il personaggio, l'operatore – Oliver Wood, già al lavoro con John Woo, Renny Harlin e il Paul Greengrass della trilogia di Bourne) e soggettiva della macchina (da presa). Cinema iper-tecnologico, quindi, ma con un'etica e un umanesimo intimamente classici, servito a dovere dalla scrittura di Ferris e Brancato, fra i migliori sceneggiatori di genere in circolazione: peccato davvero che Terminator Salvation sia stato praticamente strappato loro dalle mani dai pur bravi ma ingombranti Jonathan Nolan e Paul Haggis.
Titolo originale: Surrogates
Regia: Jonathan Mostow
Interpreti: Bruce Willis, Radha Mitchell, Rosamund Pike, James Francis Ginty, Boris Kodjoe
Distribuzione: Walt Disney Studios
Durata: 88’
Origine: Usa, 2009
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