"14 km", di Gerardo Olivares

L’Africa di Olivares è un continente in perpetuo movimento, dove tutti vanno in cerca di qualcosa, tutti hanno una loro meta da raggiungere, come già avveniva nelle storie parallele che percorrevano Il grande match. Di nuovo carovane di varia umanità lanciate in improbabili on the road, sfiorate dalla macchina da presa nel caldo asfissiante del deserto e nella durezza delle notti, sulle barche lungo il Niger o sui camion caricati come cammelli

14 km

14 kilometri è la misura di quel tratto di mare in cui, lungo i tortuosi contorni dello stretto di Gibilterra, le coste africane ed europee arrivano a sfiorarsi. Come in Welcome di Philippe Lioret, una distanza insignificante diviene la barriera invalicabile, reale e metaforica insieme, su cui si infrange la disperata corsa verso il miraggio di una possibile alternativa di vita. Per un paradosso crudele, mai l’Occidente sognato nelle baraccopoli del Niger o nei poverissimi villaggi ai margini del Sahara, inseguito a costo di odissee infinite e sacrifici impensabili, appare tanto lontano come da quelle rive che sembrano toccarlo, quando la visione delle sue coste distinguibili attraverso la foschia, vicine eppure irraggiungibili, svela il reale scarto tra umane speranze e concrete possibilità. Ma esistono forse mura capaci di contenere i sogni, come recita la citazione prima dei titoli di coda? Per quanto anguste e rigidamente sorvegliate siano le vie d’accesso al nostro vecchio continente, ogni giorno c’è un ragazzo come Buba che parte armato solo di un pallone e di un talento calcistico non spendibile in Africa, o una giovane come Violeta che fugge da una famiglia che vuole svenderla a un marito anziano in cambio di qualche mucca. Seguendo il cammino dei due protagonisti, Olivares sceglie due delle infinite, possibili traiettorie che solcano la carta di una terra martoriata ma di ostinata, indistruttibile bellezza. Un continente in perpetuo movimento, dove tutti vanno in cerca di qualcosa, tutti hanno una loro meta da raggiungere, come già avveniva nelle storie parallele che percorrevano Il grande match. Di nuovo carovane di varia umanità lanciate in improbabili on the road, sfiorate dalla macchina da presa nel caldo asfissiante del deserto e nella durezza delle notti, sulle barche lungo il Niger o sui camion caricati come cammelli. In più, qui Olivares sembra giocare con il concetto di frontiera, con le sue infinite declinazioni, ora inadeguate, ora assurde, ora solo soggettive. Dalle tribù nomadi dei tuareg che non riconoscono altro confine oltre le dune sempre mobili del Ténéré, ai posti di blocco dei militari ridicolmente eretti tra due mura di vento, da quella no man’s land che è la frontiera tra Algeria e Marocco, dove si può finire sballottati avanti e indietro come pacchi postali, agli ultimi, fatidici 14 km, trafficata strettoia di guadagni illeciti, di speranze e di morte. È qui che Buba sfugge all’ennesimo controllo, cerca e ritrova Violeta, riesce a procurare a entrambi un posto su un barcone per cui ha speso gli ultimi soldi e le ultime forze. C’è nella loro tenacia qualcosa di disarmante, che fa ripensare al viaggio a nuoto di Bilal attraverso la Manica. A differenza però del capolavoro di Lioret, capace di restare addosso ben oltre la durata della visione, Olivares accarezza personaggi e paesaggi con una leggerezza che è il fascino e insieme il limite di una pellicola visivamente seducente ma penalizzata da una distanza emotiva che non riesce mai realmente a superare.
 
 
 
Titolo originale: 14 Kilómetros
Regia: Gerardo Olivares
Interpreti: Mahamadou Alzouma, Aminata Kanta, Adoum Moussa
Distribuzione: Bolero Film
Durata: 95’
Origine: Spagna, 2007
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