TORINO 27 - "Get Low", di Aaron Schneider (Concorso)
Una parabola sulla colpa, sulla penitenza e sul riscatto. Il Felix Bush di Robert Duvall è intrappolato tra la vita e la morte, una prigione autoinflitta per pagare una colpa mai rivelata, sepolta nel tempo e nascosta in una fotografia appesa ad una delle spoglie pareti della casa persa nel bosco dove Bush si è ritirato dal resto del mondo
Una parabola sulla colpa, sulla penitenza e sul riscatto. E’ quanto racconta nel suo primo lungometraggio Aaron Schneider, vincitore di un Oscar per il corto Two Soldiers, che insieme a Chris Provenzano e C. Gaby Mitchell, gli sceneggiatori di Get Low, guarda alla storia di Felix Bush. Una storia vera tramandata di generazione in generazione e divenuta leggenda, la storia di un uomo del Tennessee che dopo aver trascorso gli ultimi quarant’anni della sua esistenza separato dal resto del mondo, sceglie di tornare, ad un passo dalla morte, per mettere in scena il suo funerale, in modo da poter prendere parte, ancora da vivo, alla sua orazione funebre. E l’orazione funebre tributata a Bush diventa in Get Low una richiesta di perdono, una confessione pubblica della propria colpa recitata davanti a tutta la comunità accorsa allo straordinario ed inusuale evento per guardare in volto l’eremita tanto temuto e perchè lusingata dalla lotteria il cui premio è la ricchissima proprietà di Bush, la stessa comunità che aveva demonizzato l’autoesclusione dal mondo di quel vecchio giudicato ormai pazzo e aveva punito con l’infamia il suo rude ed inspiegabile silenzio. Schneider scrive una lettera d’amore per Robert Duvall, lo guarda incantato, come una farfalla che non riesce a smettere di corteggiare la luce, illuminando con una lampada a gas la geografia di un volto dove ogni solco, ogni movimento racconta molto più di mille parole. Come il vecchio incontrato lungo la strada da Viggo Mortensen e suo figlio nel film di Hillcoat, il Felix Bush di Robert Duvall è intrappolato tra la vita e la morte, una prigione autoinflitta per pagare una colpa mai rivelata, sepolta nel tempo e nascosta in una fotografia appesa ad una delle spoglie pareti della casa persa nel bosco dove Bush si è ritirato, parlando solo con la sua mula e accarezzando dolcemente quel volto di donna muto e senza ancora un nome. In un perfetto equilibrio tra i momenti ironici, affidati alle trovate di Bill Murray/Frank Quinn, l’impresario dell’agenzia funebre che organizza la festa di Bush, e l’intimità del racconto di un dolore, di una colpa che hanno per sempre segnato la vita di un uomo, Aaron Schneider costruisce Get Low intorno ad una doppia rivelazione: il mistero che si cela dietro l’esilio di Bush da ogni contatto, da ogni calore, un mistero avvolto in quelle stesse fiamme che divorano una casa all’inizio della pellicola e che neanche Mattie (Sissy Spacek), l’unico membro della comunità che ha conosciuto il vero volto di Felix, è in grado di penetrare; e la scoperta dei veri “lineamenti” di Bush, lasciati scomparire dietro una capigliatura incolta ed una barba folta ed intricata e dentro i quali si fanno strada Buddy Robinson, il giovane salesman interpretato da Lucas Black che organizza il funerale, e il suo datore di lavore, il disincantato Frank Quinn che nasconde la sua solitudine dietro il cinismo e l’avidità. La festa funebre finisce, il palco e le tende vengono smontate e il segreto portato come un fardello per quarant’anni diventa un attimo già passato, subito dimenticato, sepolto insieme ad un uomo che ha scelto di punirsi sottraendosi alla vita e che ha deciso di risvegliarsi solo per un istante, l’istante di una confessione, e poi di nuovo scomparire. Avrebbe dovuto chiudere così il suo film Aaron Schneider, regalandoci l’intimità del buio per asciugarci le lacrime e invece s’innamora della sua storia e aggiunge un secondo finale e poi in terzo, senza accorgersi di rompere quel momento di magica intensità che Duvall ci regala.
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