VENEZIA 67 – “Essential Killing” di Jerzy Skolimowski (Concorso)
Quello che Skolimowski cerca è sempre l’esasperato limite verso cui è spinto l’uomo. Non importa quali siano le circostanze, quello che conta è il segno profondo che resta dietro di lui, la macchia nera che lo circonda, mentre pochi lampi di luce devono bastare a mostrare i contorni. E così capovolge ogni aspettativa costruendo il suo film come un western anacronistico e disorientato. Sopravvivere prima di tutto mentre ci si spinge verso la morte
Dal deserto ai boschi innevati, dal Medio Oriente delle guerre vere/false, fin dentro il cuore ghiacciato dell’Europa. Jerzy Skolimowski dirige Vincent Gallo (straordinario e irriconoscibile) in un film che inizia come un war-movie e si conclude nel silenzio di un “pianeta” inospitale e alieno. Mohammed è un “terrorista” che combatte contro i militari e gli interessi americani nel suo paese. Catturato, viene trasferito in un centro di detenzione segreto, ma riesce a fuggire, catapultato però in un luogo sconosciuto dal quale è impossibile uscire.
Al centro di Essential Killing la lotta per la sopravvivenza di un uomo contro il mondo, contro nemici incomprensibili, indistinguibili nonostante il lungo viaggio, nonostante i paesaggi diversi, le parole, i suoni, i silenzi e i risvegli che lo portano dentro un presente sempre più irragionevole. Mohammed apre gli occhi, svegliato da un gruppo di cervi. La sua paura si spegne all’improvviso, ma è solo un attimo, un istante irripetibile perché poco dopo una soggettiva simile sarà, invece, capovolta in efferata violenza. Dopo il missile che l’ha colpito sugli altopiani afghani, Mohammad non sente più, anzi, il suo udito è pieno di rumori violenti e striduli che lo risucchiano in una dimensione tutta interiore e selvaggia del suo stato di prigioniero. Incappucciato e torturato, ci mostra, attraverso i suoi occhi chiusi, i meccanismi di una fuga che porta alla follia. Tornano alla mente L’Australiano, custode di un urlo destinato a scardinare ogni logica, ma anche film come Moonlightning e Mani in alto!, per la solitudine dei suoi protagonisti, le parole improvvisamente senza significato, per la fisicità del silenzio, che si mescola ai gesti. Quello che Skolimowski cerca è sempre l’esasperato limite verso cui è spinto l’uomo.
Non importa quali siano le circostanze, quello che conta è il segno profondo che resta dietro di lui, la macchia nera che lo circonda, mentre pochi lampi di luce devono bastare a mostrare i contorni. Come quando le luci intermittenti di un elicottero mostrano a Mohammed il paesaggio sconosciuto in cui si trova a fuggire. Attimi intensi di una visione che sembra astrazione, immaginazione. La musica a tutto volume, la perdita dell’orientamento. Ma non c’è più una direzione, né nemici ad inseguirlo. O meglio, ogni strada è possibile perché ogni incontro si trasformerà in scontro.
Girato tra Israele e la Polonia, Skolimowski capovolge ogni aspettativa e costruisce il suo film come un western anacronistico e disorientato. Sopravvivere prima di tutto mentre ci si spinge verso la morte, mentre il paesaggio via via descrive da solo il conflitto interiore, la lotta, la ricerca, l’ossessione.
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