VIII ASIAN FILM FESTIVAL - "Memories of a Burning Tree" e "Flooding in the Time of Drought", di Sherman Ong


Filmmaker e fotografo di Singapore, Sherman Ong lascia la propria firma su questa edizione dell'Asian Film Festival attraverso due opere distanti tra loro ma legate dall'interesse del regista a “guardare oltre”, laddove “oltre” può stare a significare sia lontano geograficamente che al di là del quotidiano, con maggiore attenzione e consapevolezza

sherman ongFilmmaker e fotografo di Singapore, Sherman Ong lascia la propria firma su questa edizione dell'Asian Film Festival attraverso due opere distanti tra loro ma legate dall'interesse del regista a “guardare oltre”, laddove “oltre” può stare a significare sia lontano geograficamente che al di là del quotidiano, con maggiore attenzione e consapevolezza.

Presentato in anteprima mondiale all'International Film Festival di Rotterdam 2010, Memories of a Burning Tree suscita immediato interesse per la singolarità del progetto: promuovere in Europa un film di fiction girato in Tanzania, da un regista asiatico, con attori africani non professionisti, è un intreccio di per se insolito, attira per la possibilità che concede allo spettatore di immedesimarsi in uno sguardo alieno su di una cultura altrettanto aliena –all'autore quanto al pubblico. Ma è proprio questa radicata non appartenenza che finisce, alla lunga, per non convincere, poiché non consegna chiavi d'accesso sufficientemente suggestive sull'universo rappresentato, suggerendo il panorama confuso di un'Africa sospesa, dove la trama principale - due ragazzi cercano la tomba della madre di uno dei due - si perde per strada, si fa pretesto per parlare della stasi di una nazione, di una immobilità interiore in cui anche la realizzazione dei propri sogni avviene in sordina. Nessuna tragedia umana -e questo può essere un punto a favore- ma anche ben pochi spunti per coinvolgere, laddove qualche scelta registica più azzardata avrebbe potuto proporre una lettura più profonda, ma ci si limita piuttosto a mimare la staticità dei contenuti.

Certo, non ci si poteva aspettare un cambio di rotta da parte di un regista ossessivamente dedito al piano sequenza a camera fissa, un autore che risente in ogni scelta della costruzione fotografica dell'inquadratura, e che sembra ipotizzare quale unico movimento possibile quello dei personaggi all'interno del quadro, e mai movimento del quadro.

Ma quali possono essere, allora, gli effetti di scelte tanto drastiche quando si passa ad analizzare un contesto ben noto, ossia l'odierno Singapore? Flooding in the Time of Drought, commissionato dalla Biennale di Singapore nel 2008, conduce a risultati radicalmente diversi. Si tratta di un'opera complessa e densa, dove l'autore intreccia le vicende private di una serie di coppie di personaggi -consorti e non - in una Singapore oppressa dalla siccità. La siccità quale motore di insoliti meccanismi relazionali non è una novità per il cinema asiatico, se si pensa che le perversioni amorose di Il gusto dell'anguria di Tsai Ming-Liang sono conseguenza della stessa, mortifera, mancanza d'acqua. Anche Memories of a Burning Tree allude all'importanza dell'acqua per il naturale scorrere dell'esistenza, ma se il vuoto di sentimenti del film africano generava distanza nello spettatore, qui si raggiunge una maggiore partecipazione alla solitudine dei personaggi, e la profonda conoscenza del regista riguardo il contesto preso in esame gli permette riflessioni storiche sulle vicende politiche che hanno segnato l'estremo oriente e sulle ripercussioni di queste nella esistenze private. Senza discostarsi da uno stile rigorosamente statico, riflessivo e, a tratti, estenuante, il film vanta il pregio di costruire un ritratto variegato, sincero e spassionato dell'immigrazione a Singapore, e concede, proprio in virtù dei tempi dilatati, il lusso di immergersi in usanze ibride e relazioni interpersonali inconcepibili alla cultura occidentale.

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