FESTIVAL DI ROMA 2010- “Io sono con te”, di Guido Chiesa (Concorso)
C'è un segreto tra Maria e Gesù e Giuseppe si fa da parte, rinunciando al primato maschile, trasformando quella donna in una delle prime rivoluzionarie della storia. Punto cruciale dell'opera di Guido Chiesa è questo mondo del mito che si muove sempre entro la polarità sacro-profano, in cui la sacralità è riconosciuta come la vera realtà, contrapposta alla profanità in quanto irrealtà. Si tratta dell’esperienza di una parola e di gesti che scavano e che fanno il vuoto nel campo impossibile del reale
Racconto di maternità: quello di Maria di Nazareth, dal concepimento fino all'adolescenza di suo figlio Gesù. C'è un segreto tra di loro e Giuseppe si fa da parte, rinunciando al primato maschile, trasformando Maria in una delle prime donne rivoluzionarie della storia. Dai Vangeli canonici, in particolare quello di Luca, attraverso una sorta di intervista alla madre di tutte le madri, che racconta la nascita, l'incontro con i Re Magi, gli scienziati di Erode alla ricerca del Messia, la scomparsa di Gesù nel tempio (che a tratti, da figlio stellare, ricorda il figlio di “guerre stellari”) come in unico testo apocrifo, a tratti anche surreale, sempre più distante dall'incarnazione e più vicino al cuore del Cristianesimo. C'è spazio anche all'invenzione narrativa che si cela nell'identificazione di una donna come principio positivo della salvezza e di un nuovo corso nella storia dell'umanità. È la grazia che la distingue, innervata di amore e fiducia, di poteri terreni ancor più sorprendenti. Maria nei momenti cruciali è vista di spalle inginocchiata, come un simulacro impalpabile, una figura in ombra, una montagna invalicabile che “contiene” la speranza, come in quella grotta del parto o invecchiata, si allontana, dopo averci sorriso per l'ultima volta, nel deserto. Potente ricerca antropologica, girato nelle campagne della Tunisia, con attori professionisti e non, recitando in un dialetto arabo, lontano discendente da quel ceppo semitico da cui si sono generati l'ebraico, l'aramaico e l'arabo. La veridicità sembra sgorgare direttamente dal vissuto di ogni personaggio, come Maria ancora
giovane sposa, che sorride a volte senza un evidente motivo. Il greco antico invece riguarda la parte più diplomatica del tempo, la storia ufficiale e riconosciuta che va a stratificare ulteriormente il recupero della tradizione, di un mondo policromatico mai in contraddizione con la sua anima profondamente arcaica, patriarcale, rituale, gerarchica, parabolica, violenta. Eterodosso non certamente eretico, Guido Chiesa si spinge nel mito che si fa atto di creazione autonoma dello spirito. Il “Vangelo” di Pasolini è troppo chiaro, forse più lontano di quanto sembri, però. Perchè il valore dei miti sta nel loro carattere di rivelazioni del sacro. In Io sono con te non vi è religione naturale, poiché la natura non è sacra di per sé ma solo in quanto manifesta un significato soprannaturale. D'altra parte, tale significato è trascendente anche rispetto alla storia, dal momento che quest'ultima aggiunge continuamente significati nuovi ai simbolismi arcaici, ma non può distruggere la struttura originaria del simbolo. Punto cruciale dell'opera di Guido Chiesa è questo mondo del mito che si muove sempre entro la polarità sacro-profano, in cui la sacralità è riconosciuta come la vera realtà, contrapposta alla profanità in quanto irrealtà. Proprio quando Maria partorisce da sola, lascia suo figlio camminare sul bordo di un pozzo. La trascendenza (cielo), la fecondità (terra), il centro del mondo (case, grotte, tempio): Guido Chiesa sottolinea anche la differenza tra il tempo sacro e quello profano: mentre il secondo è in sé una durata evanescente, che assume un senso solo quando diventa momento di rivelazione del sacro, il primo è un susseguirsi di eternità periodicamente recuperabili durante le feste, i riti, i nomadismi, gli incontri quotidiani, che costituiscono sempre eterni ritorni. Più che sull'inventiva visiva e narrativa, Io sono con te, tra il pulviscolo di luce a volte eccessiva proveniente dal deserto, che invade le umili dimore, il lento e leggero attraversare (lavorando con lent
ezza...) di paesaggi e campagne, i chiaro-scuri mai iconograficamente debordanti ed estetizzanti, ma che rievocano impliciti debiti di natura pittorica, segna una degna, coraggiosa e poetica speranza di restituzione. Si tratta dell’esperienza di una parola e di gesti che scavano e che fanno il vuoto nel campo impossibile del reale. Quel che conta in relazione al perdono impossibile è dunque la temporalità, una particolare temporalità marcata da tempi di pieni e di vuoto, quelli di cui si ciba il film di Guido Chiesa: trasportare la mancanza, lasciarla passare, farla circolare nel transito inquieto del vuoto segreto del perdono. Ciò significa affidarsi sempre e di nuovo alla parole, ma soprattutto ai gesti anche quando “una parola”, un gesto, ma mai una sola immagine, inevitabilmente potrebbero essere di troppo.
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