"L'industriale", di Giuliano Montaldo
Difficile non scindere il film in due tronconi, ben delineati, che però fanno parte di una biforcazione che porta inesorabilmente alla stesso capolinea. La parabola di discesa e di ascesa (e di nuovo discesa), prima lavorativa, poi umana e morale dell’industriale Nicola Ranieri (interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino) è un affresco sulla contemporaneità preciso e agghiacciante. Rimane la sensazione di un buon film che avrebbe potuto essere per certi versi epocale, senza la pretesa di aggiungere troppa carne sul fuoco
Nicola Ranieri, padrone di una fabbrica sull’orlo del fallimento, testardamente alla ricerca di una soluzione tesa a non scontentare nessuno, dai fedeli dipendenti al ricordo vivido del padre, da cui ha ereditato la carica. Nicola Ranieri, marito assente, distante, eppure pazzamente innamorato di sua moglie, tanto da farsi possedere inesorabilmente dal demone della gelosia, lasciandosi trascinare nel baratro.
Difficile non scindere il film in due tronconi, ben delineati, che però fanno parte di una biforcazione che porta inesorabilmente alla stesso capolinea. La parabola di discesa e di ascesa (e di nuovo discesa), prima lavorativa, poi umana e morale, dell’industriale Nicola Ranieri (interpretato magistralmente da Pierfrancesco Favino) è un affresco sulla contemporaneità preciso e agghiacciante. Come il clima rigido di una Torino parte indispensabile della storia, con le sue meravigliose piazze, la sua notte ben illuminata dai lampioni, il freddo che sembra attraversare lo schermo, la luce del sole tenue anche nei momenti più vivi del giorno. Il tutto valorizzato da una fotografia che restituisce splendidamente l’essenza vera della capitale dell’industria, patria degli Agnelli.
L’invettiva aperta contro le banche, le finanziarie, riflessione socio-economica su una legalità ambigua, strozzinaggio autorizzato, cappio al collo di ogni lavoratore, ancor di più, di ogni individuo. E la figura finalmente sporcata dell’avvocato, mestiere mai in decadimento, come gli impresari di pompe funebri. Di loro c’è sempre sciaguratamente bisogno.
Certo, forse alla figura di Nicola manca quell’elemento di empatia cacciato via a forza dalle ville milionarie, dalla servitù in uniforme, dalle macchine costose e dai capi di abigliamento pregiati. Ma riesce, nell’arco del film, a farsi portavoce di un movimento creatosi naturalmente nella società a cui apparteniamo, formato anche da gente comune, che convive quotidianamente con certi problemi.
E nel finale sembra che tutto possa sistemarsi, ottenendo un insperato e forse irreale lieto fine, di cui però lo spettatore medio probabilmente avrebbe bisogno.
Ed ecco che entra prepotentemente l’altra strada, l’altra parte della biforcazione iniziale. Il rapporto con una moglie insoddisfatta, schiva e sempre più distante. La gelosia infiammata dalla platonica liaison della coniuge con un parcheggiatore rumeno, ennessima figura stereotipata di ragazzo dell’est europa, con vene artistiche e animo nobile, sfruttato da un sistema marcio. Una paranoia, a dire il vero giustificata, che sfiora l’insanità mentale. Tutto ciò sporca inesorabilmente la faticosa ascesa ad eroe di un uomo la cui rettitudine morale sembrava essere segno contraddistintivo, creando un paradosso di coerenza, lasciando perplessità sulla reale efficacia di quella spruzzata di noir che, seppur intelligentemente spiazzante, sembra poco appartenere alla struttura brillante messa fino ad allora in piedi.
Un meraviglioso Favino guida il cast come un metronomo; in sua presenza brillano tutti di luce riflessa, quando manca dalla scena sembra invece affievolirsi la scintilla.
Rimane la sensazione di un buon film che avrebbe potuto essere per certi versi epocale, senza la pretesa di aggiungere troppa carne sul fuoco.
Regia: Giuliano Montaldo
Interpreti: Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Francesco Scianna, Eduard Gabia, Elena Di Cioccio, Giovanni Bissaca
Origine: Italia, 2011
Distribuzione: 01 Distribution
Durata: 94'
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