"Prova a prendermi", di Steven Spielberg
Cinema dell'illusione totale, sogno estremo visionario in cui Spielberg racconta una storia vera come se fosse inventata. L'opera del cineasta statunitense quindi come gioco temporaneo, come provvisorio piacere immenso proprio perché irreale, come squarcio onirico di un passato che ricostruisce a fatica i dettagli da contenere nell'inquadratura

Strategie della fuga. Appare, a prima vista, oggetto indefinibile Prova a prendermi all'interno della filmografia di Spielberg. Tratto dall'autobiografia di Frank W. Abagnale, l'opera dell'autore statunitense sembra aprirsi su squarci di un "sospettoso" bagliore accecante originato della luce "troppo forte" di Kaminski, per poter ri-materializzare le forme, i colori, degli anni Sessanta. Quindi Prova a prendermi vicino ma anche equidistante al lato più dichiaratamente "infantile" del cinema di Spielberg (il set come giocattolo di E.T., Incontri ravvicinati del terzo tipo e Jurassic Park). Dentro l'apparente luminosità, sono però presenti molteplici zone d'ombra. L'inizio con l'immagine di Abagnale consumato dentro il carcere francese rimanda, per esempio, a quella tragica smaterializzazione del corpo di Schindler's List e Amistad, in cui le forme di un sogno temporaneo vengono già inizialmente represse già prima di essere mostrate in un racconto che sembra apparentemente un lungo flash-back, mentre in realtà sono i frammenti di una memoria/sogno che sembra riformularsi nell'atto stesso in cui viene nuovamente ri/filmata.
Prova a prendermi è una storia vera che Spielberg trasforma in una lunga, interminabile, visione, un sogno in/interrotto dove la truffa, l'inganno sono i tratti costitutivi di un'estasi sempre provvisoria. Da una parte c'è Abagnale (un grande Leonardo Di Caprio) che, già prima di compiere 21 anni si è spacciato per pilota di linea, medico e avvocato. Dall'altra c'è l'agente FBI Carl Hanratty (Tom Hanks) che cerca di catturarlo e assicurarlo alla giustizia. Quindi, opera sull'inseguimento, sulla fuga (come già A.I. e Minority Report), ma anche sul travestimento, su una figura che si mostra altro da quello che è in cui Spielberg lascia coincidere il proprio sguardo con quello dello spettatore. Sembra esserci una complicità tra le azioni di Abagnale e le attese di chi guarda. Prova a prendermi quindi come gioco temporaneo, come provvisorio piacere così immenso proprio perché così irreale, come squarcio onirico di un passato che ricostruisce a fatica i dettagli da contenere all'interno dell'inquadratura. Da questo punto di vista, in questo grandissimo film del cineasta statunitense, è come se fossero replicate tutto un certo cinema hollywoodiano degli anni Sessanta sulle traiettorie indefinite dal "balletto sofisticato" di Sciarada (e l'arrivo di Abagnale all'aereoporto con le hostess, tutto sottolineato dal brano intero di Come Fly With Me di Frank Sinatra sembra richiamare proprio Stanley Donen) a quello straordinario elogio della falsificazione di Come rubare un milione di dollari e vivere felici di Wyler per finire a quell'ambizione stroncata della truffa di Topkaki di Dassin, il tutto arricchito anche da un'ironia quasi alla James Bond (sottolineato dalla presenza del tema musicale della serie).
Dall'altra parte, quest'ultima pellicola è tra quelle più cupe del cinema di Spielberg. Alternato allo spostamento continuo c'è l'immobilità. L'immobilità di Frank che telefona all'agente del FBI quando si sente solo, l'immobilità di un figlio che sembra cercare continuamente il proprio padre (e la presenza di quello vero, interpretato da un Christopher Walken in stato di grazia, è soltanto intermittente) e quello di un padre (l'agente del FBI) che ricerca in Frank quel figlio e quella famiglia che non ha più potuto vedere da anni. Dentro Prova a prendermi sono presenti "rotture lancinanti" (la struggente scena tra Frank e suo padre al ristorante), illusioni istantanee (Frank bambino che vede i genitori ballare) dove i personaggi appaiono come fantasmi che si rifiutano di prendere forma come in Always, in un'opera apparentemente aperta che frantuma spazi diversi ma in realtà chiusa, claustrofobica. Frank passa dal carcere all'ufficio del FBI. Da una prigione a un'altra prigione. Non c'è più libertà dalla fuga ma una tragica stabilizzazione. Gli inganni di Frank del passato sono soltanto squarci di un protagonista che vedeva le cose e il mondo come se le vedesse per la prima volta. Forse per questo il biancore della luce di Kaminski è come il telo bianco dello schermo. Dove proiettare quel cinema dell'illusione, che dietro la precisa struttura narrativa dell'opera, ha continuamente bisogno di ri/alimentarsi raggiungendo con Prova a prendermi tra i vertici più estremi.
Titolo originale: Catch Me If You Can
Regia: Steven Spielberg
Sceneggiatura: Jeff Nathanson dal libro di Frank W. Abagnale e Stan Redding
Fotografia: Janusz Kaminski
Montaggio: Michael Kahn
Musica: John Williams
Scenografia: Jeannine Oppewall
Costumi: Mary Zophres
Interpreti: Leonardo Di Caprio (Frank Abagnale jr.), Tom Hanks (Carl Hanratty), Christopher Walken (Frank Abagnale), Martin Sheen (Roger Strong), Nathalie Baye (Paula Abagnale), Amy Adams (Brenda Strong), James Brolin (Jack Barnes), Brian Howe (Tom Fox), Frank John Hughes (Earl Amdurski), Steve Eastin (Paul Morgan), Chris Ellis (agente speciale Witkins)
Produzione: Steven Spielberg, Walter F. Parkes per Kemp Company/Splendid Pictures
Distribuzione: U.I.P.
Durata: 142'
Origine: Usa, 2002
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