"B.B. & il Cormorano", di Edoardo Gabbriellini

Gabbriellini, ondivago, dinoccolato e scostante come i personaggi ai quali ci aveva abituato, si impossessa della macchina da presa per girare un film dal gusto molto riservato, una specie di "personal movie" simbolico ed onirico.

Livorno-Cecina, terza classe, andata e ritorno. Se dalla spiaggia tirrenica, guardando bene, si possa vedere l'America, non è dato sapere. Ma Gabbriellini, col suo personaggio stralunato, non si allontana molto dal quartiere Ovosodo; l'America se la sogna di giorno e di notte, tutta fatta di grattacieli e di macchine che si ingorgano nel traffico di una New York pre-attentati. Del resto, il ruolo che si è dato è quello di un idraulico, uno che gli ingorghi li risolve, ma non certo nella Grande Mela; un idraulico scostante, alle prese con personaggi scostanti quanto e più di lui, che fanno un circo di una ex-colonia che rinasce residence ad opera di un imprenditore maneggione. L'odore della salsedine sale fin dentro le narici e porta con sé tutto lo straniamento del mare in autunno, col sole troppo basso per far evaporare l'umidità e la sabbia che non si stacca dal corpo già nostalgico dei calori d'agosto; avvolge l'idraulico Mario e la cameriera Gaia, che troppo Gaia non è; avvolge Selèn che non ce l'ha fatta a far scrivere il suo vero nome sui manifesti del film e ad avere una parte che fosse veramente una parte e non una partecipazione; e avvolge, infine, lo spettatore che, come dicono spesso i personaggi, "non è di quelle parti, non può capire", non può capire il desiderio di un attore che si impossessa della macchina da presa e che vuole mettere nel suo film tutto sé stesso.

Chi è B.B.? Non è Brigitte Bardot, ma un personaggio dei fumetti, il Bags Banny con le "a" minuscole che compariva nel titolo provvisorio del film e che guarda in camera dalla federa di un cuscino, l'alter ego a cartoni animati del coniglio-idraulico Mario che pavidamente si rifugia nell'America - anzi, nell'america - dei suoi sogni e della sua musica eternamente sparata nelle orecchie. Col suo "personal movie", Gabbriellini si allontana dal gusto classico del conterraneo Virzì, passeggia per le strade del naturalismo accarezzando con amore le manie dei personaggi variamente onirici che si incrociano nel film, tutti più o meno simbolici, più o meno surreali, più o meno fuori fuoco. Ondivago, dinoccolato, stonato come la canzone cantata verso il finale da Gaia, Gabbriellini incassa la presentazione a Cannes 2003 di questo suo film d'esordio e, come Gaia, canta Nessuno mi può giudicare. That's all, folks.

 

Regia: Edoardo Gabbriellini
Soggetto: Federico Bacci, Edoardo Gabbriellini, Lorenzo Tripodi
Sceneggiatura: Federico Bacci, Edoardo Gabbriellini, Lorenzo Tripodi
Fotografia: Frederic Fasano
Montaggio: Valentina Girodo
Musica: Simone Soldani, Valerio Fantozzi
Scenografia: Sonia Peng
Costumi: Bettina Pontiggia
Interpreti: Edoardo Gabbriellini (Mario), Carolina Felline (Gaia), Giorgio Algranti (Nevio), Marco Giallini (zio Piero), Luce Caponegro (Gabriella), Paolo Vivaldi (Guido)
Produzione: Fandango in collaborazione con Medusa Film
Distribuzione: Fandango
Durata: 87'
Origine: Italia, 2003

 

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Sono presenti 1 commenti
 
  1. chi canta la canzone della sigla finale grazie

    Inviato da Anonimo il 01/02/2012
 

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