"La promessa" di Sean Penn

Penn porta sullo schermo i corpi come fantasmi del passato da rigenerare, dove Nicholson sembra rivivere dentro il primo Rafelson e con lo spirito di Cassavetes che si sente sulla pelle prima che sullo schermo

In una ricca e approfondita intervista apparsa sul numero 560 dei “Cahiers du cinéma” (settembre 2001), è emersa una definizione generica e al tempo stesso specifica sui tre film che Sean Penn ha realizzato in 10 anni (“Lupo solitario” del 1991; “Tre giorni per la verità” del 1995; “La promessa” del 2001): “une trilogie américaine”. L’America degli spazi sconfinati, delle campagne imbiancate dalla neve, del set come luogo infinito di volontarie perdizioni, di territori da consumare per spostamenti obliqui. La provincia che contiene in sé derive letterarie che sembrano provenire dai romanzi di John Steinbeck e Jim Harrison all’interno della quale si nascondono oscuri presagi e accecanti pulsioni di morte dentro uno spazio – come in Nicholas Ray – di sole “ombre bianche”. Forse il romanzo omonimo di Dürrenmatt ha rappresentato per Penn il pretesto per operare una traslazione filtrata di un mondo che sembra congelato dal tempo. Ma nel cinema di Sean Penn ciò che sembra straordinariamente assente è proprio l’elemento temporale. Nei suoi film c’è un senso di sospensione che sembra dilatare gli eventi e rallentare le azioni, i movimenti. “La promessa” lascia sentire addosso le cicatrici del dolore, il calore accecante del sole che penetra nel corpo (l’immagine iniziale e finale di Jerry/Jack Nicholson disposto come icona martirizzante alternata con le dissolvenze dei volatili). E se in “Tre giorni per la verità” questo processo di rallentamento era stato eccessivamente estremizzato forse per il troppo amore e la poca distanza di Penn dalla materia narrativa, “La promessa” si porta invece addosso un’inquietudine funerea alternata con slanci vitali sempre momentanei ma di stravolgente intensità. In effetti, dentro “La promessa” sembrano esserci due film differenti. Uno che comincia con Jerry che sta per andare in pensione, ma decide di restare dopo l’omicidio di una bambina di 8 anni e di attendere la risoluzione di un caso che si chiude apparentemente con il suicidio del principale indiziato nella centrale di polizia. Un altro che parte invece con il viaggio di Jerry verso territori nuovi. Non il “viaggio” regalato dai suoi colleghi per la pensione, ma uno spostamento verso territori emotivi infernali che non sembra terminare più, come nella migliore tradizione del cinema statunitense degli anni ’70. In effetti è abbastanza singolare vedere Penn (che oggi ha poco più di 40 anni) filmare e appropriarsi di un mondo con uno sguardo così malinconico e nostalgico, uno sguardo invecchiato oltre misura che depura i propri luoghi e opera un “ritorno” (in senso cinematografico) indietro nel tempo che possa dare un’appropriata forma visiva al delirio e alla follia. C’è un coinvolgimento, un’intimità tra la follia e il delirio di Jerry e la nostra che si disperde lungo le disordinate prospettive degli esterni piuttosto che racchiudersi (come nella teatralizzazione da Actor’s Studio) dentro interni claustrofobici. In questo senso “La promessa” rifugge da ogni teatralità, sia nella messinscena sia in una recitazione visibile come corpi e nascosta come dialoghi. Penn porta sullo schermo i corpi come se si trattasse di fantasmi del passato che vuole rigenerare, di situazioni che vuole riciclare (la festa del villaggio, con il palloncino della bambina che scompare nell’alto possiede una tensione quasi hitchockiana), con la struttura da “cinema indipendente” di 30 anni fa dove Jack Nicholson sembra rivivere dentro il primo Rafelson e dove lo spirito di John Cassavetes si sente sulla pelle prima che sullo schermo.Titolo originale: The Pledge
Regia: Sean Penn
Sceneggiatura: Jerzy Kromolowski, Mary Olson-Kromolowski dal romanzo omonimo di Friedrich Dürrnmatt
Fotografia: Chris Menges
Montaggio: Jay Cassidy
Musica: Hans Zimmer, Klaus Badelt
Scenografia: Bill Groom
Costumi: Jill Ohanneson
Interpreti: Jack Nicholson (Jerry Black), Robin Wright Penn (Lori), Sam Shephard (Eric Pollack), Aaron Eckhart (Stan Krolak), Vanessa Redgrave (Annalise Hansen), Michael O’Keefe (Duane Larson), Benicio Del Toro (Toby Jay Wadenah), Mickey Rourke (Jim Olstand), Harry Dean Stanton (Floyd Cage), Helen Mirren (dottoressa)
Produzione: Michael Fitzgerald, Sean Penn, Elie Samaha per Clyde Is Hungry Films
Distribuzione: Warner Bros. Italia
Durata: 122’
Origine: Usa, 2001
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