American Vandal: Netflix contro Netflix

Ma quanto è teen Netflix? Forse un po’ troppo. Seppur giustificata da una fruizione digitale più vicina al mondo giovanile, l’ossessione per l’adolescenza del contenitore streaming sta diventando in questi mesi innegabilmente ingombrante. Se la primavera infatti era iniziata con la passione di Hannah Baker di Tredici, è poi continuata con quella di Sam, diciottenne affetto di autismo in Atypical, per poi culminare con quello che, senza successo, voleva essere il nuovo Mean Girls ovvero #realityhight. In poco più di una stagione tutti questi prodotti originali Netflix non hanno fatto altro che ricordarci che i traumi più grandi della vita di un uomo sono quelli vissuti tra i banchi liceali, l’orribile luogo dove la faida tra bulli e bullizzati è sempre aperta e dove si può parteggiare solo per una parte: quella dei più deboli. Per quanto Tredici sia in qualche modo riuscita in questo scopo quasi umanitario, non ha saputo trascinare al successo anche gli altri che si sono semplicemente aggiunti senza grande clamore alla lunga lista di serie TV e lungometraggi in catalogo destinati ai più giovani, soprattutto quelli che si riconoscono nell’approccio dello sguardo del freak e dell’emarginato (come anche il problematico Fino all’osso, film fuori dall’ambientazione liceale ma pur sempre pensato per spettatori adolescenti).

E’ divertente a questo punto pensare che qualcuno dello staff creativo della fortunata azienda un giorno guardando alle ultime novità abbia fatto qualche battuta sul fatto che, forse, ci si stava prendendo troppo sul serio con questa storia della lotta di classe scolastica. Che alla fine al liceo siamo sopravvissuti tutti, che al mondo avvengono fatti notevolmente più gravi, tipo quelli che sfociano in un omicidio, per esempio. Non sarà nata sicuramente così, ma l’intuizione di American Vandal è arrivata proprio in un momento in cui la ripetitività e l’accentuazione di Netflix di certe tematiche era sull’orlo di essere oggetto di un’esilarante parodia. Se la serie non fosse così sorprendentemente stratificata, la si potrebbe ridurre di fatto a questo: una parodia su come Netflix ha disegnato l’immagine del liceo americano negli ultimi mesi. L’ambientazione scolastica si fa carico quindi di un eccesso di significato ed assume, in questi otto episodi della serie, la stessa valenza di un luogo del delitto dove i corpi al centro della scena sono 27 macchine del corpo docente vandalizzate dalla sagoma di un pene disegnato con una bomboletta spray rossa. Unico indiziato per il crimine è il teppista Dylan, accusato del fatto senza avere la possibilità di difendersi in un regolare processo. Vittima quindi dei pregiudizi del sistema scolastico, il ragazzo trova unico conforto nel documentario che due suoi compagni di classe decidono di girare per scoprire quale sia la verità. Le immagini delle indagini diventeranno virali, diventeranno quindi American Vandal.

L’assonanza del titolo con quello di Ameramerican vandalican Crime Story (anche questo nel catalogo Netflix) non è casuale: nella testa dei ragazzi Dylan non è in alcun modo diverso da O.J. Simpson: un personaggio di punta accusato (e scagionato) proprio a causa della propria celebrità. Ma un atto vandalico è alla pari con l’omicidio di una donna? Si possono trattare, e documentare, le due questioni allo stesso modo? La risposta è razionalmente no, ed è proprio a causa del raziocino che entra in gioco l’effetto parodia. Perché quando si tenta di fare l’esame balistico su una bomboletta spray, si cerca di tracciare il profilo dell’unico testimone cercando le prove di un presunto approccio sessuale con la ragazza più bella della scuola, si vagliano i disegni dei peni realizzati precedentemente per verificarne l’autenticità, non si può far altro che sorridere. Questo effetto di ilarità aumenta ancora di più se si riflette sul fatto che sono state le stesse serie Netflix ad aver reso così imponenti gli screzi liceali, tanto da poterli trattare come veri e propri reati penali. Da questo punto di vista American Vandal sembrerebbe quindi una vera e propria operazione di sabotaggio dall’interno, ma l’impressione diventa ancora più concreta quando i momenti parodistici vengono sostituiti da quelli seriosi.

american vandalSuperato infatti il momento in cui tutto sembra così troppo amplificato da sembrare ridicolo, la serie mette in scena finalmente lo svelamento dell’intero catalogo seriale di Netflix: il contenuto in sé non ha più importanza. Ritorna ancora più preponderante l’idea, intuibile in parte anche con quel manifesto artistico che era Sense8, che l’intrattenimento nell’epoca digitale non ha più bisogno di storie, che una crime story ben strutturata può avere come corpo del delitto allo stesso modo una donna realmente uccisa e 27 macchine imbrattate da una bomboletta spray. E che anche quella che sembra, ed a tratti è, una parodia di un percorso tematico ben tracciato può essere seguita con lo stesso interesse della ricostruzione di un reale fatto di cronaca. Una definitiva presa di coscienza che in tempi post-postmoderni di empatizzare con la vittima non importa più a nessuno. Se a American Vandal si togliessero infatti gli immancabili momenti teen su quanto siano ingiuste le etichette liceali e le esasperazioni dello scabroso atto, avremo davanti una coraggiosa dimostrazione che quello che funziona della nuova serialità è semplicemente il contenitore. Un’ammissione quindi del fatto che l’interesse (ri)generato intorno all’epoca adolescenziale di Netflix sia stato solo un pretesto per attirare il pubblico più vicino ai servizi streaming; che a queste nuove piattaforme interessa piuttosto puntare tutta la propria attenzione sulla forma in cui vengono proposti i progetti. Tredici non avrebbe avuto lo stesso successo se a raccontare i fatti ci fosse stata una semplice voce fuoricampo, American Vandal non avrebbe avuto la stessa presa se il genere crime non fosse stato così collaudato da poterci scherzare sopra. Netflix, inconsciamente o meno, è arrivata dunque al punto di ridere sullo svuotamento di significato che propone, destabilizzando così le classiche corrispondenze tra tema e genere. Un’operazione che, oltre ad essere coerente con i tempi attuali, è anche (finalmente) divertente da guardare. Anche solo in superficie si intuisce infatti quanta intelligenza nello studiare le dinamiche del genere sia stata al servizio del prodotto finale, a cui tra i tanti pregi deve essere riconosciuto anche quello di aver demolito l’altare insanguinato dell’ambiente scolastico. Perché avere come arma del delitto una bomboletta spray fa capire che, probabilmente, dal liceo se ne uscirà vivi. E che, soprattutto, l’intrattenimento digitale è più amorale di quello che vuole far credere.