#Berlinale2017 – The Lost City of Z: la regola del gioco

Se James Gray non fosse statunitense forse sarebbe francese. Anzi, si è alimentato da quell’umanesimo da Front Populaire, dalle sperimentazioni di quel ‘cinema liquido’ sottolineato da Paul Virilio quando parlava di The Abyss di James Cameron. L’acqua permea The Lost City of Z, lo rende instabile e galleggiante anche nel fuori-campo. Ma anche come elemento di creazione. Nella visione e nello sguardo dell’esploratore Percy Fawcett, nella nascita di nuovi figli segnati dall’ellisse temporale, nel sogno di una nuova città dell’Amazzonia. Tre viaggi, più la Prima guerra mondiale. In un terreno spesso scivoloso, fangoso. In un viaggio che diventa delirio come Ron Howard di Heart of the Sea – Le origini di Moby Dick.

the lost city of z charlie hunnamSe James Gray non fosse statunitense forse sarebbe francese. Avrebbe ricreato lì un’altra carriera, non guardando la Nouvelle vague ma quel cinema a cavallo tra il muto e il sonoro. E, prima di tutti, probabilmernte Jean Renoir. Si perché The Lost City of Z sembra avere una derivazione pittorica. Con i riflessi dell’acqua di Une partie de campagne e i rumori del bosco che celebrano quella sensorialità uditiva di Renoir. Con ogni inquadratura – e già era successo in tutto il suo cinema e soprattutto con I padroni della notte, Two Lovers e C’era una volta a New York – che potrebbe avere la base di un quadro che da l’illusione di animarsi attraverso il movimento cinematografico. Oppure è il nostro sguardo che la fa muovere e la rende fluttuante. Ipnosi della retina dove le immagini sembrano scorrere anche troppo velocemente. E quelle del cinema di Gray possono sovrapporsi, come dissolvenze incrociate, con quello di Renoir. Con la battuta della caccia al cervo che può essere sovrapposta a quella di La regola del gioco. I combattimenti della guerra con La grande illusione. Di abbracci mélo. Quello del padre al figlio in ospedale. Questa terra è mia. Non quella da difendere ma quella nuova da scoprire, da ricercare. Come quei nuovi sogni che Renoir immortalava nella natura, nell’acqua del fiume. Mentre Gray s’inabissa come negli abissi più nascosti.

robert pattinson in the lost city of zC’è la profondità nelle dissolvenze, nei ralenti. Gli artifici ora necessari, di un cinema che comunque permea lo schermo ancora con la densità della sua materia, cosa che avviene dal primo film del regista statunitense, Little Odessa. E che in The Lost City of Z diventa magnificamente superato, proprio come l’ultimo Renoir. Gli oggetti, la terra, l’acqua hanno sempre una vita propria. La rappresentatività teatrale è un’altra, ennesima soluzione. Ma la scena non è l’inquadratura. C’è ancora tutto un mondo nascosto. Che può essere rivelato oppure no. Oppure scoperto nuovamente. Perchè la stessa immagine, rivista, può far riemergere altri dettagli, soffermare l’attenzione su altri oggetti o azioni. E Gray, come Renoir, potrebbero sfondare lo schermo da un momento all’altro e portare lì dentro. La vie est à nous.