#Berlinale2017 – Un’altra America – Forum 1

Menashe di Joshua Z. Weinstein entra, delicatamente, nel mondo degli ebrei ortodossi di Brooklyn. Un documento di un altro modo di vita, fatto di tradizioni, stili, rituali e pratiche che sembrano, in gran parte, immuni alla velocità della metropoli. Ma, al tempo stesso, un racconto intimo sulla solitudine di un uomo come tanti e sul casino della sua esitenza (tipicamente contemporanea). Menashe è grasso (Gordito lo chiamano i suoi colleghi sudamericani), goffo, disordinato, lavora come cassiere e magazziniere in un negozio d’alimentari kosher. Si arrangia, come tutti. Ma il suo più grande problema è riuscire a riprendere con sé il figlio di dieci anni, che, dopo la morte della moglie, è stato affidato allo zio dal rabbino della comunità. Per far ciò, Menashe deve dimostrarsi un mensch, un uomo degno di rispetto, e risposarsi, secondo gli insegnamenti della legge. Ma questo va contro i suoi desideri e i suoi sentimenti. Ecco, tutto il fascino di questo “piccolo” film di Weinstein sta nell’essere sempre sue due punti diversi dello spazio e del tempo. Dentro e fuori la comunità, dentro e fuori la città. L’ubiquo coincide con l’equivoco. Tra il rigore affascinante e inquietante di una religione della legge, e le ansie altrettanto soffocanti di una quotidianità che richiede sempre le stesse cose, i soldi, una posizione, una casa, una macchina… e Weinstein segue con tutto l’amore possibile il suo protagonista (ottimo Menashe Lustig), lo accompagna con una tenerezza indie di immagini in controluce che fanno da controcanto al pedinamento rigoroso, continuo e alla definizione precisa del quadro. L’ambiente è il fondamento di ogni azione e reazione e s’impone con un’evidenza quasi documentaria, mentre la storia sembra venir fuori come un’evoluzione naturale, per emersione di una soggettività viva. È chiaro sin dalla prima inquadratura, con la folla che cammina per le strade e, a un certo punto, compare il nostro “eroe”, subito isolato e seguito dall’occhio di Weinstein.

 

Dayveon - Still 1Con Dayveon di Amman Abbasi si va su altre lunghezze d’onda. Ma pur sempre di individui in rapporto al contesto si parla. Il protagonista è un ragazzino che vive nella periferia disagiata, tra gang ed emarginazione. Abita con la sorella e il cognato, mentre il fratello maggiore, Trevor, è morto giovanissimo sempre per storie di criminalità e violenza giovanile. Quella di Dayveon è una storia di iniziazione, tra pestaggi, rapine, alcool e droghe, di slang nigga appreso innanzitutto sulla pelle e il suo colore. Ma è anche un racconto di resistenza interiore, di paure e dubbi, che poco hanno a che fare con la durezza del linguaggio della strada. La forza di Abbasi, che ha alle spalle l’esperienza di David Gordon Green, sta nella capacità di raccontare l’adolescenza del suo protagonista come se fosse quella di un ragazzo qualsiasi: le corse in bici, i videogame, i “sembriamo fratelli”, le rabbie e le malinconie, la propensione a emulare i “modelli” e la faticosa ricerca di sé, del desiderio autentico. E tutto questo si compone con i momenti di violenza, che spingono la “normalità” verso una deriva allucinata, che è innanzitutto un caos percettivo, un subbuglio di sensazioni. Forse è qui, proprio su questo punto, che Abbasi sembra andare verso un eccesso estetizzante. Nella ricerca di un’adesione “impressionista”, ricorre a soluzioni visive che riportano ai cliché di certo cinema indipendente, quegli stessi che Weinstein è riuscito a evitare. Ma alla fine i due film si somigliano. Scelgono una prospettiva sghemba sull’America, porzioni di realtà non ancora addomesticate dallo sguardo. Si attengono magari a forme già viste, a strutture consuete. Ma è una bussola necessaria a mantenere la direzione.