#Cannes2017 – You were never really here, di Lynne Ramsay

Conto alla rovescia. Joe con una busta di plastica in faccia, si esercita a ricordare, a sopravvivere o forse al contrario si prepara a un suicidio che nell’incedere alienato di You were never really here è sempre dietro l’angolo. Lui del resto è soprattutto un fantasma che appare e scompare dopo aver sistemato i suoi “lavoretti”. Intuiamo all’inizio che è un detective che puo’ essere brutale, puo’ uccidere senza rimorsi particolari. La sua arma preferita è il martello. Nella sua testa frammenti di un’infanzia tormentata si accavallano ad altri provenienti dalla guerra in Medio Oriente. Vive con la madre anziana, che trascorre le giornate davanti alla TV. Non ha una famiglia ma sul lavoro è uno dei migliori. Quando viene ingaggiato per riportare a casa la figlia sbandata di un politico, qualcosa va storto. E la sua vita si trasforma in un incubo di sangue.

Che cosa voleva fare Lynne Ramsay? Un film esistenziale? Un thriller psicologico? O “semplicemente” un noir a suon di sparatorie, sangue e martellate? Le idee non ci sono chiare. Anche se questo è un film che ha entusiasmato non poco la critica anglosassone. C’è chi ha parlato persino di Sam Peckinpah che incontra Antonioni o dell’autrice come il miglior cineasta americano in circolazione. Ci sembra un’esagerazione, anche se You were never really here è un film – come il precedente We need to talk about Kevin – molto ambizioso, stilizzato e disperato. Alla Ramsay chiaramente non basta fare un’opera di “genere” ne’ rappresentare la violenza in modo convenzionale. Il noir iperrealista nelle sue mani diventa un delirio psicoanalitico, con riferimenti alla perversione della politica  e della societa’ americana. Indugia sulla bella inquadratura, sul sangue, sui cadaveri come natura morta e sospensione del tempo. Allunga alcune sequenze e mette fuori campo qualcosa. Tra l’azione e l’orrore, è molto piu interessata al secondo. L’elemento piu interessante è la narrazione che procede secondo il punto di vista del personaggio, senza dare allo spettatore informazioni particolari sull’incastro in cui si ritrova. Ma questa scelta presupporrebbe un coinvolgimento emotivo che il cinema della Ramsay proprio non concepisce. Rimaniamo a una distanza intollerabile dagli eventi. Anestetizzati come il protagonista, un Joaquin Phoenix che sembra ancora prigioniero del personaggio e delle musiche stranianti di The Master (la soundtrack è infatti firmata proprio da Jonny Greenwood).

Cinema contorto e annodato su se stesso, che punta tutto sull’estetizzazione e sui mugugni di Phoenix. Se esiste qualcuno che va pazzo per questa roba, non siamo certo noi. Per la Ramsay siamo tutti degli zombie, ma anche il suo film rischia di essere un morto che cammina.