HOMEWORKS – Divines, di Houda Benyamina

Dounia è poco più che una ragazzina, vive nell’estrema periferia multirazziale di Parigi, in un agglomerato fatiscente di case e baraccopoli dove lo Stato non esiste o non osa entrare (se non in tenuta antisommossa), e di cui lo sguardo divino pare aver perso l’indirizzo. “Per Lui siamo polvere nel cosmo. Dei microbi”, dice Dounia all’amica Maimounia, parlando di Dio. E allora tutto è lecito, intrappolati in un mondo nel quale l’unico elemento che sembra contare, per strappare la vita dalla miseria terrena, è l’argent, i “money money money” che come un mantra disperato la giovane protagonista di Divines continua a ripetere, cercare, inseguire. Così Dounia cerca di farsi strada nella gang della tosta spacciatrice Rebecca, inanellando una spirale di non ritorno che lascia marcire sogni e speranze.

divines4Divines, originale Netflix della regista francese di origini marocchine Houda Benyamina, premiato come miglior opera prima al Festival di Cannes 2016 (qui l’approfondimento di Cinemafrica dalla Croisette), è l’accorato racconto di formazione distruttiva di una tenace e rabbiosa adolescente, che riecheggia con il suo lirismo enfatico le pesanti tensioni delle banlieue francesi e il loro circolo vizioso di irriducibile violenza. Guardare il film di Benyamina, significa sbirciare, vivere, pensare un mondo di confine, una frontiera stratificata e perimetrata da mano umana. E limbico, di confine, appare anche il film della regista, che sceglie una cifra stilistica e strutturale densa, rapsodica, piena di continui strappi di immagini, metodi narrativi, continuamente in bilico tra violenza, elegia, crudezza, favola, antropologia sociale. Una pienezza di contenuti e stili che rende il film a tratti estremo, sovraccarico di suggestioni che intrecciano parola, azione, immagine, suono. Eppure è allo stesso tempo proprio questo andamento irregolare e denso, a svelare la natura più profonda e meno banale di Divines: non solo la scelta di una protagonista femminile incardinata e intrappolata in questo contesto, con la sua incontenibile voglia di uscire dalla ruota del criceto. È soprattutto la sua personalità piena di picchi, estremismi e contraddizioni – resa viva da una straordinaria interprete, Oulaya Amamra – a rendere Dounia poco reale e documentaristica, ma fascinosamente universale e simbolica.divines1 Di uno status adolescenziale, fatto e vissuto di eccessi, di frammenti divisi e spesso non comunicanti, che non riescono a combaciare nel doloroso trauma della crescita. Frammenti che possono schizzare da sbalzi di improvvisa rabbiosità a ingenua tenerezza, come nella scena nucleare del ‘giro in Ferrari’ di Dounia e Maimounia. Uno dei momenti, questo, nei quali il film sembra quasi abbandonarsi a un lirismo sognante, che invoca dignità infantile e diritto a una poetica dell’immaginazione anche qui, dove i grandi sono ombre sottili, i sogni irraggiungibili, e Dio una voce che si perde tra i rumori dei sassi e dei vetri rotti.

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