"Italian Movies", di Matteo Pellegrini

Il lavoro. Sia in toni drammatici che farseschi/ironici il tema del lavoro, guarda caso, torna dopo gli anni ’70 ad essere assoluto protagonista del cinema italiano invadendo coattamente vari generi. Perché la crisi che stiamo vivendo non deve essere solo rappresentata, filmata o presa in giro. Ha bisogno soprattutto di essere esorcizzata.

Matteo Pellegrini – regista dalla ampia gavetta alle spalle, qui al suo primo lungometraggio – assume istantaneamente uno sguardo partecipe e affabile sul microcosmo relazionale che crea (i protagonisti lavorano in una imprese di pulizie), ma anche sul mondo della “produzione” di immagini in Italia (il luogo di lavoro è una casa di produzione, lo Studio 61, di una famosa soap opera). Questo multietnico e colorato gruppo dalla provenienza slava, africana, indiana, italiana, deve affrontare la crisi inventandosi un lavoro come qualcuno ripete troppo spesso di fare…e allora sfruttare l’occasione di prendere “in prestito” una telecamera dallo studio per fare filmini ai matrimoni di conoscenti sembra una buona idea. O utilizzare i set della soap per riprendere i videomessaggi degli immigrati da inserire in rete, sembra una idea ancora migliore. Nasce così l’Italian Movies…

Ecco: se nel fenomeno televisivo/cinematografico di Boris si oltrepassa la macchina da presa per rovesciare causticamente miti e sogni facili, qui si effettua un’operazione diversa ma parallela: si piegano le immagini della finzione televisiva alla realtà del Paese, ossia all’immigrazione, alla mancanza di lavoro o alla difficoltà dei sentimenti. Il tono di Pellegrini non è mai graffiante, virando sul favolistico anche nelle scelte compositive, in una progressione che disegna il destino tragico dei suoi personaggi come costantemente ribaltato nel controcampo del possibile: l’amore raggiunto, il lavoro “inventato”, la crisi (forse) superata. Italian Movies è un’evidente metafora del modo di fare cinema in Italia: diventato notturno e clandestino per sfuggire all’ufficialità di uno sguardo (quello interpretato nel film dal sempre vulcanico Filippo Timi, il boss di Studio 61) tragicamente unidimesionale.

E allora, al netto di qualche ingenuità di scrittura o di recitazione, questo è un piccolo film che rivendica la possibilità di comunicare con le nuove immagini (i video degli immigrati postati su You Tube) associate al racconto tradizionale (la storia d’amore coronata tra il giovane squattrinato italiano e la bella immigrata). Niente di nuovo per carità…ma la rinascita di un cinema “medio” italiano che possa avere appel in sala passa anche da questa sincerità naif di fondo. Una sincerità che Pellegrini manifesta e difende.


Regia: Matteo Pellegrini

Interpreti: Neil D’Souza, Filippo Timi, Aleksey Guskov, Michele Venitucci, Melanie Gerren

Origine: Italia, 2013
Distribuzione: Eagle Pictures
Durata: 99’