La guerra dei cafoni, di Davide Barletti e Lorenzo Conte

Un fazzoletto di terra che si tramuta in galassia con leggi fisiche e sociali collaudate, almeno in apparenza. Davide Barletti e Lorenzo Conte promuovono la Puglia da immagine sbiadita, souvenir di seconda mano, almeno nelle ultime annate cinema, trasformandola in fortezza dal carattere atavico, dove pure il termine primitivo soccombe al cospetto dell’atemporalità. Tutto è più grande, più aperto e più lontano. Potremmo trovarci in Italia come su un’isola remota. Su un set di finzione oppure in un resoconto certosino di un’epica cavalleresca. Una scacchiera che non solo non concepisce il tavolo su cui è poggiata, ma che addirittura muove da sola le proprie pedine perché nessuno, anche nelle azioni più coraggiose, riesce a contrastare un movimento che nuota molto più avanti delle intenzioni personali. Torrematta è il piccolo cosmo in cui due gang rivali, cafoni e signori, si combattono ogni estate per la supremazia. Selezione naturale e lotta alla sopravvivenza, anche nella forma più cruda. Non esiste però compiacimento nella violenza, quanto un istinto a dipingerla come elemento essenziale.

Il prologo ci trasporta in un Sud bizantino dove uno schiavo e suo figlio si azzardano a rubare l’acqua dal pozzo del signore. Lo schiavo difende il suo diritto a dissetarsi perché ciò di cui si starebbe indebitamente appropriando viene dal cielo e non può essere prerogativa di un singolo. La scena in questione sembra ripetersi all’infinito, quasi fosse un loop inarrestabile. L’acqua torna e ritorna a più riprese, custodita da Mela, sorella di uno dei cafoni. Il principino Morinho, capo della banda rivale, fa irruzione in casa sua, piscia sul santo protettore e assesta un calcio al cane che ha tentato di inseguirlo. Qui Mela, presa dalla disperazione, suona il preludio della vicenda. Si immerge nelle acque del Dio Nilo, non a caso il nome del cane è Mosè, e inconsapevolmente lo salva dalle grinfie terrene. Gli dona 114402525-dcd7ba85-89cf-4339-b044-b66b0e94ebe5la protezione che solo la donna, nel suo elemento complice, nel primissimo ventre di concepimento, è in grado di fornire. Quel brodo primordiale che si fa beffe della contingenza dei suoi abitanti e conserva solo chi è capace di camminare su di esso o attraverso esso. L’animale, come il profeta, diviene la moneta più preziosa per la liberazione, ma si sottrae alle logiche narrative, forse per incarnarsi in quello che ha rappresentato in molti culti, guarda caso anche in quello egiziano, e cioè Anubi, protettore dei morti. Il ritorno e l’inevitabile viaggiano sullo stesso binario della morte, un’entità quantomai viva e incline al riassetto, ad un “pari e patta” non tanto all’insegna della giustizia ma di un equilibrio che i singoli, vedi gli stessi protagonisti, non possono gestire in solitudine. Un’operazione simile è stata quella di Giuseppe Gaudino in Giro di lune tra terra e mare i cui la sua Pozzuoli non prescindeva dal proprio passato e da una radice in continua crescita. Anche Luca Guadagnino nel recente Call me by your name, e non solo, traccia un continuum vitale e al tempo stesso irrinunciabile, si arrende ad un bagaglio invisibile solo all’occhio che volta lo sguardo. Un intreccio proteso  in avanti, all’indietro, e matrice di ogni istanza, soprattutto di quelle naturali che non possono sopprimere la propria condizione eterna.

Le diapositive di Barletti e Conte raccontano anche un’epoca a cavallo, quella degl’anni ’70, un’età che si strappa di dosso moltissimi retaggi, a cominciare da una gerarchia umana ancora opprimente. Ma il loro approccio non contempla mai l’erudizione fine a se stessa proprio come l’immaginario dell’autore del romanzo, Carlo D’Amicis, purosangue della golden generation della Minimum Fax, qui in veste produttiva. Un flipper che cola a picco dall’apecar, un aperitivo al chiosco (“Ora la fame ce la facciamo venire”) piccole incursioni di 0e953bcf-d1dc-4c9c-a2fe-516726f47e43un tragitto nuovo e magari accidentato che chiunque deve percorrere per continuare a vivere. Tutto è dicotomia. Una divisione manichea che appoggia la visuale bambina, spesso incapace di cogliere le zone grigie. Tuttavia, tra l’arido e il rigoglioso della terra, tra l’afoso e l’immaginativo notturno, la macchina da presa accompagna dall’alto, vedi l’avvicinamento tra Mela e Morinho: ideale riunione dei poli. Qui non c’entra l’incapacità dei ragazzini, il loro sguardo basso e divisorio, ma forse un cinema che cerca la congiunzione, il trapasso dell’hic et nunc e la sua meravigliosa dote di immortalare non solo immagini ma pezzi di esistenza. Quando quest’ultima si innerva di multipli di sé, anche se rinchiusa nel quadrilatero dello schermo, le linee si spezzano e raccolgano un’eredità universale.

Regia: Davide Barletti, Lorenzo Conte
Interpreti: Donato Paterno, Piero Dioniso, Angelo Cucinelli, Pierpaolo Donno, Gaetano Fiore, Leonardo Morello, Claudio Santamaria, Ernesto Mahieux
Origine: Italia, 2017
Distribuzione: Ismaele Film
Durata: 91′