Nato a Casal di Principe, di Bruno Oliviero

Tratto da una storia vera. Amedeo Letizia è un ragazzo di vent’anni che sul finire degli anni ottanta si è trasferito a Roma da Casal di Principe per inseguire la carriera di attore. Sta appena iniziando a muovere i primi passi, tra un fotoromanzo e un ruolo sul piccolo schermo in una delle fiction più famose di quegli anni, I ragazzi del muretto, quando il fratello minore, Paolo, viene rapito da alcuni uomini incappucciati che ne fanno perdere le tracce. Amedeo torna nel suo paese d’origine, e sin da subito questo viaggio si rivela una discesa agli inferi del suo passato e nelle contraddizioni della sua terra. Poiché l’inchiesta condotta dai carabinieri si dimostra inefficace, si decide a intraprendere una sua personale ricerca: lo fa armato di un fucile e con l’aiuto del cugino Marco, un ragazzino di diciassette anni. I dettagli della scomparsa affiorano via via nel corso della vicenda che vede Amedeo aggirarsi per quel territorio che va dalle campagne al mare, passando per i laghi, all’affannosa ricerca di suo fratello. Insieme a Marco setaccia la zona senza sapere se cercare un cadavere o un luogo dove Paolo è tenuto prigioniero. Le prime immagini sui titoli di testa riprendono il protagonista Amedeo durante i provini e subito traspare e si mostra agli occhi la forte carica espressiva e realistica nello sguardo di Bruno Oliviero, regista e documentarista di Torre del Greco, al secondo lungometraggio (dopo La variabile umana del 2013), che traspone sul grande schermo l’omonimo romanzo di Amedeo Letizia e Paola Zanuttini, giornalista de La Repubblica.

Reale e finzione si combinano e subito ci si cala nella realtà drammatica dei territori martoriati e sconvolti dalla malavita organizzata. Amedeo si vede lungo le sponde di un lago con fucile in spalla alla ricerca della verità. Non si tratta di raccontare le organizzazioni criminali, ma la vita della gente comune che per andare avanti è costretta a fare finta di niente. Cinema che si immerge empaticamente nell’ambiente, sorprendentemente scorporato dalla retorica narrativa. Broccoli e tabacco, terra di lavoro e di sofferenze atroci, raccontata con la naturalezza del western tra le rovine delle vestigia di un passato glorioso. Anche l’utilizzo reiterato di flashback e rimandi al passato, però non sembra mai perdere la potenza aderente dello sguardo dei protagonisti. A Casal di Principe destino e coincidenze possono essere più determinanti delle scelte, dell’educazione, dei programmi, della volontà. Può capitare che ci si salvi o ci si fotta per caso. E’ con questo spirito che Bruno Oliviero inizia un viaggio dentro un ginepraio di ricordi. Così il dolore diventa una poltiglia e avvolge tutto. A volte si fa anche intimo reportage che testimonia la faticosa ricerca di liberazione di Amedeo dai propri incubi. Ci sguazza in quel dolore che è anche patetico e sentimentale e non gli piace, non vuole più riconoscersi, appartiene alla peggior retorica casalese, quella che detesta, da cui sempre è voluto scappare. E invece ci ricasca. Quando torna a Casal e vede la campagna, pensa che è bella e quasi si commuove come gli emigranti che rientrano. Ma poi pensa alla merda che c’è sotto e quando hai il cuore aperto per la commozione, è un pensiero che fa ancora più male. E’ una pugnalata.

 

Regia: Bruno Oliviero

Interpreti: Alessio Lepice, Massimiliano Gallo, Donatella Finocchiaro, Lucia Sardo, Antonio Pennarella

Distribuzione: Europictures

Durata: 96′

Origine: Italia/Spagna 2017

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