Oltre le nuvole. Il luogo promessoci, di Makoto Shinkai

Un ritorno alle origini, che però è anche una previsione del presente: l’evocazione delle realtà parallele come strumento per anticipare i fatti che verranno, riflette non a caso la circolarità e i rispecchiamenti che è possibile tracciare fra questo Oltre le nuvole, lungometraggio d’esordio di Makoto Shinkai dopo i primi e acclamati cortometraggi, e il recente Your Name, che pochi mesi fa ha ottenuto anche da noi un ragguardevole successo.

Fra il 2004 dell’esordio e il 2016 della consacrazione, Shinkai ha così continuato a elaborare un modello narrativo personale, basato principalmente su personaggi che affrontano una progressiva opera di riavvicinamento, sul filo di una volontà ostinata che riesce ad abbattere, anche solo per un momento, ogni ostacolo. Era così per lo sfasamento temporale e geografico di Mitsuha e Taki in Your Name, e lo stesso accade per Hiroki, Takuya e Sayuri, i tre ragazzi prodigio di questa realtà parallela in cui il Giappone è diviso fra l’America e l’Unione (Sovietica verosimilmente), retaggio della Guerra Fredda, ma che curiosamente oggi rievoca anche la situazione della Corea e la dinamica oppositiva di questi giorni con gli Stati Uniti. I tre, ad ogni modo, sognano di raggiungere l’avveniristica torre situata nella zona proibita, crocevia di ogni possibile realtà e mondo parallelo, legata a doppio filo al loro vissuto e destino, secondo uno schema che può ricordare l’impresa di un’altra Torre, quella Nera di Stephen King.

Di peculiare c’è uno stile nel pieno del suo farsi, passato dall’autarchia dei cortometraggi (Lei e il suo gatto e La voce delle stelle) a una strutturazione più industriale: Shinkai scrive, dirige, produce, cura la fotografia e monta, ma può permettersi in ogni caso uno staff capace di garantirgli una qualità dei oltrelenuvole1disegni più alta, in modo da assicurare quella cura del dettaglio e del realismo (pur nell’ucronia generale) che abbiamo poi imparato a conoscere con i più celebri 5 cm per second e Il giardino delle parole. I protagonisti oscillano così fra una qualità incorporea simboleggiata sia dalla tensione al volo, quasi alla Miyazaki, che dalla frantumazione dei mondi, e una presenza fisica che li porta a sopportare ferite, cadute in acqua e li rende facile preda delle armi belliche, nei cui confronti si consuma pure una dinamica di timore e ricerca per superare l’avversario.

Il territorio di sperimentazione diventa perciò la narrazione, che procede per blocchi divisi da salti temporali e cambi di focalizzazione, e passa da un personaggio all’altro lungo uno schema che va seguito con attenzione e che corre naturalmente il rischio di frammentare eccessivamente l’azione: si avverte in questo l’entusiasmo della prima volta, ma anche l’ostinazione di chi vuole ritagliarsi i momenti decisivi per descrivere gli stati d’animo dell’abbandono, della solitudine e della necessità del ricongiungimento. La cifra più lirica è evidenziata così da un attento lavoro sui punti luce, che ritagliano porzioni di spazio nelle inquadrature, creando movimento laddove l’azione è ferma, in un gioco di rispecchiamenti con i sentimenti dei personaggi, sempre vivi anche quando il corpo è immobile. Che siano semplici porzioni di luce, o veri e propri arabeschi compiuti dai raggi solari sulle superfici metalliche di un mondo che oscilla fra il vissuto e l’avveniristico, la sensazione è quella di uno sguardo capace di trarre la poesia dalla concretezza del contesto, preludio inevitabile per le aperture più fiabesche della seconda parte in cui i protagonisti proveranno a onorare le loro promesse al di là del tempo, dello spazio, delle realtà parallele e dell’incombente ostacolo della guerra.

Titolo originale: Kumo no muko, yakusoku no basho

Regia: Makoto Shinkai

Origine: Giappone, 2004

Distribuzione: Dynit e Nexo Digital

Durata: 90′