#RomaFF12 – I, Tonya, di Craig Gillespie

Io: pronome personale, prima persona singolare. Tonya: nome proprio, femminile, un po’ middle class e un po’ supereroina, a suo modo perfetto per andare sulle prime pagine dei giornali, sport o cronaca giudiziaria poco importa. I, Tonya, sin dal titolo, racconta di queste due entità in una. L’Io che si confessa senza filtri davanti alla macchina da presa e la “crudele” Tonya Harding sono la stessa persona? Due facce della stessa medaglia o due visioni diverse che non combaciano mai? La verità non esiste dice alla fine la protagonista nello sguardo delirante e dolente che le trasmette una clamorosa Margot Robbie, produttrice – ormai a Hollywood i film gli attori se li fanno da soli o quasi – e musa dark dell’America campagnola, quella densa di kitsch anni 80, che vota Reagan ed è disposta a tutto pur di eccellere, soppiantando con ogni mezzo lo snobismo delle classi alte e delle Nancy Kerrigan che si mettono in mezzo. Self made… woman in questo caso. Che storia quella della pattinatrice Tonya Harding: la gloria arriva nel 1991 con la vittoria dei campionati nazionali e il primato di essere la prima americana a effettuare un triplo axel, ma dietro si nascondono un’infanzia-incubo vissuta a Portland, una madre senza cuore, un padre fuggito, e certo una passione per il pattinaggio tutta sacrificio, piroette impossibili, caviglie di ferro e rivalità nevrotiche pronte a esplodere. E c’è poi c’è la figura cruciale di Jeff il marito debole e violento che orchestra un piano improbabile per escludere la rivale Nancy Kerrigan dai giochi olimpici invernali e mette tutti e due nei guai. È  il 6 gennaio 1994 quando quest’ultima si infortuna al ginocchio in seguito a un’aggressione. Le indagini scoprono una connessione con Tanya e Jeff. Scoppia lo scandalo e la società dello spettacolo impazzisce. Trasmissioni televisive, esibizioni in diretta mondiale, accuse, menzogne. Tanya viene squalificata dalla federazione americana ma si dichiarerà sempre innocente, dando la colpa al marito, mentre lui accuserà la moglie. Per alcuni mesi la loro diventa la storia più folle d’America, finché scoppia il caso OJ Simpson – ce ne accorgiamo di sfuggita su uno schermo televisivo – e l’asticella si alza. 

Craig Gillespie, australiano di nascita ma cresciuto professionalmente a New York, scherza a più riprese con i codici scorsesiani (ritmi veloci, voice over, impennate violente, soundtrack pop/rock), come fosse un David O’ Russell più iconoclasta e politicamente scorretto. Sicuramente meno serioso. Ed è un bene perché questa è una black comedy sul sogno americano dove tutto sembra improbabile e invece è realmente accaduto. Più che un biopic sportivo ecco il dietro le quinte di un personaggio contraddittorio che si porta dietro altri personaggi impossibili e grotteschi. Le finte interviste ai protagonisti accavallano prospettive differenti ma più che rileggere i fatti, forniscono elementi per una ricca comica finale. La fiction segue una cronaca dei fatti che è già spettacolo all’americana. Alla fine assistiamo a una storia senza vincitori, dove rimangono soltanto i vinti, questi looser con il loro ghigno ignorante e perverso che sono necessari al Sistema. E sotto sotto ci scopriamo ad amarli come fossero amici nostri, perché sappiamo che senza di loro lo “spettacolo” non potrebbe nemmeno iniziare.