SERIE TV – Gomorra – La Serie

Partiamo da lì: da quel titolo e da quell’autore che ormai rappresentano un “brand” di successo in Italia e all’estero. Di sicuro anche per questo Gomorra – La Serie ha ottenuto un enorme successo di ascolti e, ancor’ prima di andare in onda, era già stata venduta in più di 50 paesi, Stati Uniti compresi. Ma per poter portare degnamente quel titolo bisogna “maneggiarlo con cura” e, per prima cosa, fare voto di “obbedienza”, non tanto al testo che, essendo ricostruzione romanzesco-giornalistica, per sua natura sceglie fatti fra fatti e nomi fra nomi, quanto a “Gomorra” stessa ed alle dinamiche che la governano.

Ed è qui, forse, il primo degli elementi di successo della serie (e, di conseguenza, dei meriti di Stefano Sollima e della produzione): quello di catapultare lo spettatore direttamente fra i vicoli di Scampia, attraverso il ricorso massiccio all’uso del dialetto ed alle location reali (sebbene illuminate e filmate in modo da ottenere una trasfigurazione quasi pop), nelle quali ci si è fermati per tutto il tempo necessario alle riprese (sei mesi) e per assimilarne l’umore con il confronto diretto e costante con la popolazione, cosa che non era avvenuta neanche per il Gomorra di Garrone. Grazie a questo legame così stretto, Scampia, con le sue architetture degradate e “rimasticate” dalla criminalità per farne ora una piazza di spaccio, ora un bunker, è diventato quasi un personaggio aggiunto della serie.

 

Altro elemento essenziale attraverso il quale si è concretizzata questa tensione verso il reale è quello di aver inserito (seppure nello spazio limitato di solo 12 puntate) tutti i pilastri, cari a Saviano, della gestione imprenditoriale della camorra: lo spaccio “appaltato” agli immigrati africani, il riciclaggio del denaro al nord ed infine il voto di scambio.

L’impegno profuso per non snaturare il lavoro di Saviano (anzi, coinvolgendolo nella supervisione) ha permesso alla serie di ottenere i commenti entusiasti dell’autore e perfino una sua difesa in prima persona ora che la serie è stata bersagliata da attacchi, superficiali e provinciali, da parte di editorialisti ed elzeviristi ormai completamente assuefatti al sistema del “… ma anche” che ha “omogeneizzato” la televisione italiana che si lamenterebbero perfino dei troppi omicidi in Macbeth o chiederebbero al Bardo di scrivere una scena in cui si pente prima della morte, domandandosi, infine che effetto hanno storie come quella sul buon nome della Scozia!

Ma il successo di “Gomorra – La serie” non è fatto solo di fedeltà all’opera di Saviano. E’ anche merito di un lavoro svolto con estrema professionalità realizzativa, sia sotto l’aspetto della scrittura che della messa in scena. Gli sceneggiatori (Stefano Bises, Ludovica Rampoldi, Leonardo Fasoli e Giovanni Bianconi) hanno creato figure dalla forte carica tragica, che affondano le loro radici nelle tragedie shakspiriane, se non nella tragedia greca classica. Se Ciro (uomo di fiducia del vecchio boss e da lui scelto per affiancare il figlio nella successione) si rivela essere un perfetto Iago, Don Pietro, Genny, e Imma sono figure classiche da tragedia greca (questo accostamento, fra la dinamica dei conflitti all’interno del sistema camorristico e la tragedia greca era già venuto in mente ad Antonio Capuano che, per il suo Luna Rossa, aveva trasposto L’Orestea di Eschilo in uno scenario camorristico). Questa profondità di scrittura porta, finalmente, una nostra serie ad un livello di narrazione “matura”, in piena sintonia con quelle prodotte oltre oceano dove “regnano” i signori tragici dei sette regni (Il trono di Spade) o quel perfetto Riccardo III che è il senatore Frank Underwood (House of Cards).

Ma anche dal punto di vista della narrazione per immagini, tutte le rischiose scommesse buttate sul piatto sono risultate vincenti. Per prima cosa, l’idea di affidarsi ad attori esordienti o di derivazione teatrale (che, comunque, non fungessero da punti di riferimento per lo spettatore) ha permesso una maggiore interazione con la storia, oltre a valorizzare un cast che si è dimostrato di altissimo livello. La forte caratterizzazione visiva del panorama urbano, come si è detto, ha contribuito a rendere ancora più drammatico un plot fatto di continue esplosioni di violenza. Ed, infine, anche l’idea di affidare a registi diversi fasi diverse della narrazione: Stefano Sollima ha diretto le prime puntate nelle quali “regna” Don Pietro (oltre ad essere, comunque, una sorta di supervisore alla regia per l’intera serie), Francesca Comencini quelle nelle quali era protagonista Imma, mentre Claudio Cupellini ha diretto le ultime, nelle quali il boss è Genny, ha aiutato a caratterizzare, anche visivamente, stili di comando profondamente diversi.

Visto il gran lavoro di “internazionalizzazione” fatto, non è difficile prevedere la conferma del successo, anche dal punto di vista degli ascolti, sui mercati esteri, mentre a noi non resta che aspettare la seconda serie, certi che le coraggiose scelte fatte fin’ora non vengano edulcorate in futuro.