SERIE TV – La linea verticale, di Mattia Torre

Rai 3 è comunemente considerata la televisione degli intellettuali, la rete di sinistra, il canale in cui si trasmettono vecchi film e programmi dagli obiettivi sociali ben definitivi. Questa fama, spesso, ha costretto molti prodotti dentro una nicchia che, nel bene e nel male, ne ha condizionato la vita (si veda il caso Buttafuori, piccolo cult dimenticato, o la fatica della squadra di Gazebo con la sistemazione in un’altra rete). La linea verticale, nuova serie tv firmata da Mattia Torre, pronta a debuttare sul terzo canale, almeno sulla carta, avrebbe avuto tutti i requisiti per passare per lo stesso percorso, accontentandosi dello stesso affezionato pubblico (i figli degli Avanzi dei Guzzanti, gli orfani di Boris). All’interno della tv di Stato, però, qualcuno ha deciso di rompere questa consolidata tradizione a perdere,  scegliendo di aprire a La linea verticale una strada alternativa. Dopo un’intelligente campagna social, la scelta di lanciare tutti gli episodi della serie su Raiplay, la piattaforma web dove è possibile attingere all’enorme catalogo Rai si è rivelata efficace, dimostrando l’interesse da parte della televisione statale di aprirsi, almeno sui suoi canali web, a una netflixazzazione che non potrà che giovare a molti dei suoi programmi.

 

Siamo felici che sia stato proprio La linea verticale tra i primi lavori a inaugurare questa “nuova via”. La serie tv, infatti, è una decisa deviazione rispetto all’ecumenismo e consapevole candore della media delle fiction Rai. Il lavoro di Torre nasce soprattutto come passo di un percorso terapeutico, come esorcismo delle proprie paure. Ispiratosi alla sua esperienza personale, la lotta contro un improvviso tumore, Torre ha cercato di trasmettere attraverso la fiction le ansie, i dolori e i terrori di una situazione “irreale” come il ricovero in un reparto oncologico. L’autore non è interessato a raccontare le ombre del sistema sanitario, i disastri della malasanità. Dalle fortune di un reparto di eccellenza, Torre fotografa la vita sospesa del Paziente, la realtà parallela di un mondo estraneo (il reparto), fatto di regole e dinamiche precise e irripetibili, che molto ricorda le atmosfere dei film carcerari o, addirittura, del set di Boris. L’autore vuole dare un messaggio di speranza, consegnarci la sua testimonianza di coraggio, senza nasconderci dietro la retorica delle frasi fatte o dei facili meccanismi del lacrima-movie.

Proprio per l’importanza personale della serie, il coinvolgimento di Valerio Mastandrea è decisivo per la forza emotiva del racconto. Chi ha seguito il percorso teatrale dell’attore romano sa bene quanto Torre ne sia stato motore fondamentale. Il loro binomio sul palcoscenico (segnato da grandi successi di Qui e Ora e di Migliore) è citato in più riprese anche dalla serie ma è soprattutto  la scusa per l’enorme atto di amicizia fatto da Valerio nei confronti di Mattia. E’ proprio il desiderio interpretativo di Mastandrea di vestire la malattia e la lotta dell’altro, a conferire a La linea verticale una valenza particolare. Pur circondata da un cast di supporto perfetto, segnato dai volti di Greta Scarano, di Giorgio Tirabassi, del meraviglioso Babak Karimi e di Antonio Catania (vedere Catania e Mastandrea in ospedale non può non ricordarci del divertente e sconosciuto In barca a vela contromano) è dunque la linea verticale che s’instaura tra attore e autore a calibrare la solidità dell’intero racconto. Il risultato è, così, una narrazione che (inconsapevolmente?) diventa una divertente e precisa lezione di vita.

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