SPECIALE IL NOSTRO NATALE – Boy meets Girl, di Leos Carax

L’incontro di un giovane cinefilo con l’opera prima di Leos Carax avviene nel Natale del 1991, sotto l’onda del clamore suscitato da Gli Amanti del Pont Neuf. E’ cinema tardo romantico pieno di inquietudini, di autolesionismi, di astratti furori. Il giovane vive lo stato nascente di un innamoramento impossibile e misura i dolori di una passione platonica così vicina al nocciolo tematico di Boy meets Girl.
La camera di un bambino con le stelle fosforescenti sulla parete, una luce si spegne, una filastrocca balbettata («Siamo qui, ancora soli. Tutto è così lento, così pesante, così triste. Presto sarò vecchio e tutto finirà, finalmente») ci porta sulle rive della Senna con le opacità e le ondulazioni di un sogno. Fuori le luci delle feste, le canzoncine natalizie, il traffico impazzito degli ultimi acquisti. Il giovane cinefilo misura la sua distanza dalle stelle, tra il reale e l’ideale. Non vuole realismo, vuole magia. Boy meets girl lo fa precipitare dentro l’inferno di un amore tradito, disperato, l’amour fou. Alex è abbandonato da Florence per il migliore amico Thomas: le sue poesie e i suoi quadri buttati nel fiume mentre la colonna sonora rinforza la carica melodrammatica dell’azione (Serge Gainsbourg – Je suis venu te dire (que je m’en vais)).

Partendo dalla lezione sperimentale godardiana (stacchi in nero, sfasamenti temporali, duplicazioni, bianco e nero molto contrastato), Carax la contamina con la ipersensibilità dei “poetes maudits” ponendo l’artista creatore in una posizione conflittuale rispetto al mondo che lo circonda. Ecco che il suo alter ego Alex (Denis Lavant) scopre nel tradimento della donna amata un riflesso della sua incapacità ad adattarsi alla vita. La malattia che colpisce Alex è quella dell’eccesso dello sguardo (” Il Poeta si fa veggente mediante una lunga, immensa e ragionata sregolatezza di tutti i sensi” Arthur Rimbaud), dell’overlook che se da una parte lo fa muovere in maniera maniacale per le vie di Parigi dall’altra lo inchioda alla depressione derivante dalla inutilità della bellezza del suo gesto. Il giovane cinefilo va avanti così senza bersaglio, per la bellezza del gesto, per l’applauso di un singolo solitario spettatore. Scrive poesie, mastica una canzone di Jeanne Moreau.
Il tentato omicidio di Alex diventa una tappa nella topografia di una città in cui ogni luogo boy-meets-girl-01ricorda una fase della propria vita: la nascita, il primo bacio, la prima notte fuori, il primo rapporto sessuale. Alex sul ponte vede due innamorati baciarsi avvolti dalla musica decadente di David Bowie (“When I Live My Dream”) in uno stridente contrasto tra sogno e realtà.
L’incontro con il suo specchio Mireille (Mireille Perrier) fa deflagrare questa inquietudine di freak dell’anima: la scena madre è quella della festa nella quale Alex e Mireille prendono atto della loro diversità e dopo tanta logorrea sentimentale, si rinchiudono in un mutismo autistico, perché vengono prima le emozioni e poi le parole, come nella stupenda scena descritta dall’operatore di macchina del cinema muto. Alex corre a perdifiato e sembra quasi volare sul selciato, Mireille appoggia la testa contro il vetro e vede una coppia nella finestra di fronte, una proiezione di un futuro impossibile. L’amore vero è quello platonico, nella giusta tradizione romantica, l’amore che abbiamo scelto di uccidere, les enfants de l’enfer. La scena finale pone due diversi punti di vista ruotati di 360 gradi: quello dell’incidente e quello del suicidio assistito. Il giovane cinefilo spegne l’interruttore e nel buio sono più luminosi i fuochi di artificio. Tutti a festeggiare e lui che si incurva sempre più nel suo cappotto blu, schivando cacche e pozzanghere. Canticchia un motivo a lui conosciuto. Each man kills the thing he loves, each man kills the thing he loves, da da da…..