SPECIALE IL NOSTRO NATALE – La storia di Babbo Natale, di Jeannot Szwarc

Nel mio Natale non ha mai nevicato. Non beviamo cioccolata calda, né mangiamo minestrone o frittata come se non ci fosse un domani, nemmeno indossiamo maglioni pesanti con disegni di cervi. Da me, a Santiago del Cile, il Natale è caldo. Caldissimo. Mentre nei mondi delle favole sempre fa freddo, nel mio Natale tutti sudano, soprattutto i babbi natale che indossano un abito rosso di velluto e una barba finta, seduti in mezzo un triste scenario di neve fatta di cotone quando il termometro marca 32 gradi a portare oltre il sacrificio di Natale. Più che uno spirito da merry little Christmas, il periodo natalizio assomiglia di più all’umore di Mr. Scrooge di Canto di Natale e porta con sé un senso di frustrazione, un voler essere ciò che non siamo. Questo testardo affair con il “bianco Natale”, prodotto dal nostro costante guardare verso il cosiddetto “primo mondo”, rende l’immaginario collettivo una dimensione ignota e inesistente, che arrivò in una valanga cult pop “colonialista” fatta di neve finta e babbi natali che bevono Coca Cola.

Come al solito nella mia vita, è tutta colpa del Cinema. Sin da piccola, avendo già scoperto nel cinema la via di uscita a tutto ciò che non aveva senso nella realtà, io volevo il mio Natale bianco e freddo. Quello della pubblicità, di ogni favola, di ogni classico innevato che passavano in repeat in TV. Spinta dalla mia tendenza precoce al dramma, guardavo l’esperienza natalizia dall’altro emisfero con una irrazionale malinconia, con la nostalgia di qualcosa che non avevo mai vissuto. Come un bambino affamato di un romanzo di Charles Dickens che gira da solo sotto la neve, spiando, attraverso una finestra annebbiata, una famiglia sorridente che si mangia una cena accanto al caminetto, sempre acceso.

La storia di babbo natale (1985) è il film che ha perpetuato per me questo desiderio disantaclausthemovie2 vivere una realtà diversa, un Natale sotto zero. Ogni festeggiamento natalizio, mi rifugiavo nel mondo finto, canonico e gelido del film del regista francese Jeannot Szwarc, che mi offriva un Babbo Natale ben coperto, sorridente ed extra large ( c’è mai stato un Santa Claus più bello di Charles Huddleston?), una Mamma Natale a cui la mia nonna non assomigliava per niente (Judy Cornwell) e soprattutto il mio primo incontro con due grandi: il piccolo Dudley Moore – nel ruolo di Patch, l’elfo ribelle, una specie di Giuda verde con le guance rosse – e John Lithgow, per me il villain definitivo, che con il suo atteggiamento e già fumando sigari anticipava il suo attuale Winston Churchill di The Crown.

Non so bene se è stata una scelta cosciente, oppure l’unica via di fuga che mi offriva lo squallido palinsesto della tv cilena degli anni ottanta. Il fatto è che guardare La storia di Babbo Natale da sola, in mezzo al caldo e lontana dalla soffocante celebrazione familiare, diventò il mio rifugio, la mia piccola tradizione segreta. Il racconto della genesi di Santa Claus, il tradimento dal suo elfo prediletto – che stanco di rimanere all’ombra scappa dal Polo Nord portando con sé delle polveri magiche che facevano volare le renne – e il suo incontro con l’imprenditore cattivo che voleva creare un impero di giocattoli volanti e distruggere il Natale, mi aveva preso per bene. In un modo quasi ipnotico, tutto quell’assurdo mi sembrava molto logico e affascinante. C’era il buono, il brutto e il cattivo, la ragazza ricca/triste e il ragazzo povero/sveglio, New York invernale e di notte, la storia di riscatto e il lieto fine. Ma soprattutto, tanto freddo e tanta neve.

Il giudizio del tempo, però, non è stato gentile con il mio happy place. Considerato il peggiore film del Dudley Moore post Blake Edwards, l’inizio del suo declino come attore, oppure – e ancora peggio – cancellato in modo brutale dalla memoria collettiva, io preferisco ricordarlo nella categoria dei So bad it’s good (talmente brutto da essere bello), una specie di The Room natalizio che per tanti anni portò con sé la vera illusione del Natale: quella di sognare un mondo che non ha senso nella realtà.

claus2Forse presa dallo spirito natalizio oppure come un atto di salvezza, oggi vorrei rivendicare questo mio pezzo di Natale. C’è qualcosa di primitivo e di essenziale nel film di Szwarc, e anche una certa vocazione storico-religiosa che la dice lunga sulla alta stima di sé: all’inizio, la sofferenza, i futuri babbo e mamma natale, poveri e persi nel freddo e la neve. Poi, la scoperta di essere the chosen one, Buona Novella che viene annunciata da un vecchio con la barba lunga che cammina solenne, prima ancora di Gandalf e Albus Silente. Da lì in poi, il sacrificio definitivo: l’eternità a fare giocattoli per i bambini di tutto il mondo, che devono essere consegnati in una sola notte, come un modo di salvare l’umanità della tristezza e la solitudine. Dopo, ancora più palese, l’elfo che diventa Giuda e tradisce al suo Messia preso dall’ansia di potere e l’avarizia e che sveglia, per la prima volta, l’ira nel buono di Babbo Natale. Una volta scatenato il tradimento, il racconto raggiunge una dimensione diversa, stravolgendo i canoni delle favole ma avvicinandosi di più ai film del genere degli anni ottanta, con un “alieno” perso in una realtà che cerca di corromperlo e farlo divesantaclausbdcap3_originalntare parte della sua dinamica capitalista e frenetica. Un elfo che scappa dalla dimensione di finzione e arriva a New York, città che è allo stesso tempo la rappresentazione dell’immaginario natalizio pop e la realtà postmoderna più dura, la fine della favola.

In La Storia di Babbo Natale non c’è nessun pudore. C’è posto per tutti e tutto. La sua vera vocazione natalizia diventa quella di coinvolgere ogni pezzo, ogni traccia, ogni attimo dell’immaginario e farlo convergere nello stesso spazio/tempo. E di costruire, così, una dimensione che diventa possibile soltanto nel Cinema, un Natale dove finalmente nevica alla fine del mondo.