SPECIALE STAND BY ME – Crooklyn, di Spike Lee

Scriverò di un film che ho visto una sola volta, circa vent’anni fa. È un coming of age semiautobiografico di Spike Lee. Quello che solitamente i critici definiscono “film personale” e con cui un autore che si rispetti si deve confrontare almeno una volta nella carriera. In Crooklyn il regista di Fa la cosa giusta racconta l’infanzia di Troy, una bambina afroamericana di Brooklyn durante gli anni 70. È un film piccolo, ma con un’attenzione filologica molto precisa al look dei personaggi e alla ricostruzione televisiva e musicale del periodo. È un genere che amo molto. I primi film di Spike Lee sembrano sempre – e alcuni lo sono davvero – ambientati in estate: i personaggi sono spesso in strada, seduti su scalini di case popolari, passeggiano nei parchi, chiacchierano nei drugstore ingannando il tempo come solo l’estate sembra concedere.

Per un po’ Spike Lee è stato davvero grande nel raccontare un’atmosfera che si respira ancora oggi soltanto nelle periferie delle grandi metropoli: la comunità (e anche la microcriminalità certo), gli amici, il quartiere come gabbia/mondo, ma anche come contenitore di suoni, sogni e colori imprevedibili e collettivi. Elemento nostalgico nel caso di Croocklyn. Diario di memorie a ritmo di soul ed R&B.

Del film mi rimane impressa la sezione centrale in cui la piccola protagonista, a causa della malattia della madre, viene mandata a trascorrere l’estate a casa di alcuni parenti che vivono fuori città. Per raccontare visivamente la percezione alternata della ragazzina – preoccupata per la mamma ma soprattutto catapultata in un ambiente diverso, “claustrofobico, lontano dal calore del suo quartiere – Lee gira per venti minuti in formato stretchato, le immagini sono allungate, disorientanti. Questo film in Italia uscì direttamente in home video e su Tele+, in altri Paesi le distribuzioni pensarono bene di eliminare questa sezione “sperimentale” perché evidentemente giudicata troppo poco fruibile. È in realtà il cuore ingenuo e necessario del film. A quanto ricordo. E ha a che fare con la distorsione della memoria attraverso il tempo. Dà forma a un disagio del passato ri-raccontato e rielaborato attraverso un sentimento.

Un’altra cosa che amo del film è la scena del funerale della mamma di Troy, sulle note di O-o-h Child (Things are gonna get easier) dei Five Stairsteps. È un bellissimo modo di raccontare il lutto vissuto nell’infanzia, tra dolore ed evasione. La canzone era stata recuperate un paio di anni prima da John Singleton nel suo classico afro anni 90 Boyz ‘n the Hood. Recentemente è tornata di moda nella soundtrack de I guardiani della galassia. È un grande brano del 1970, che Rolling Stone ha inserito nelle 500 canzoni migliori di tutti i tempi. Ne consiglio l’ascolto in cuffia camminando in spiaggia poco prima del tramonto, oppure in bicicletta come antidoto al traffico cittadino.