#TFF35 – My Life Story, di Julien Temple

Julien Temple assomiglia ad un re Mida dello spettacolo, una specie di alchimista insuperabile dell’immagine e della musica e quindi anche della comunicazione. My life story suo ultimo film presentato nella sezione Festa mobile, che sulla carta avrebbe potuto essere solo un assolutamente dignitoso lavoro biografico, si trasforma, invece, in un incessante opera spettacolare che coinvolge e diverte. Tutto parte da Graham McPherson, in arte Suggs, già leader negli anni a cavallo tra i ‘70 e gli ‘80, del gruppo Madness una band di rock alternativo e capofila dello ska britannico. La ripresa di uno spettacolo nel quale McPherson, oggi ultracinquantenne, racconta in un lungo ed esilarante a volte e commovente in altre, monologo la propria vita, costituisce il canovaccio sul quale Temple lavora per proseguire il proprio progetto di racconto della società inglese attraverso la musica e i personaggi che la hanno popolata.

My life story, SuggsMcPherson è sicuramente un artista insolito che dietro la sua elegante aria inglese nasconde un senso straordinario dello spettacolo e del tempismo recitativo, dell’inflessione comica e della pausa meditativa, riuscendo ad attraversare i registri dal comico al drammatico con agilità interpretativa che coinvolge e fidelizza gli spettatori del teatro dove si svolge il recital che si sentono parte di quella vita e di quelle meditazioni. Questa specie di fluido magnetico è perfettamente colto dalle immagini di Temple e il cinema diventa testimone delle altalenanti vicende della vita di Snuggs. Il regista inglese lavora come un esperto maestro d’intarsio e così il racconto di McPherson è arricchito dalle immagini d’archivio che non appartengono soltanto alla vita musicale della band di Snuggs. Temple nella sua regolamentata anarchia artistica diventa imprevedibile, come il suo personaggio ed è per questa ragione che il suo film frutto di un attento lavoro di montaggio, diventa, ancora una volta, un meraviglioso caleidoscopio spettacolare nel quale musica e cinema si trasformano in un meccanismo di insolita efficacia. Il lavoro di ricerca e di costruzione del film riesce a immettere sempre nuova linfa e, soprattutto, quesrto effetto appare disgiunto dallo spettacolo che McPherson mette in scena con l’ausilio di un solo pianoforte e del fidato pianista. Temple ancora una volta spiazza i propri spettatori, dopo Wilko Johnson, il ritratto di un altro inconsueto personaggio legato al mondo musicale internazionale e vivacemente appartenente a quell’idea di cinema che accompagna, ormai costantemente, il sessantacinquenne regista inglese.

My life story attraverso l’originale racconto biografico che non può fare a meno della musica vera coprotagonista delle vicende, diventa anche un ritratto privato del suo protagonista nella cui vita il tormentato rapporto con il padre, mai conosciuto, diventa tema sensibile e irrisolto. Un mondo racchiuso in poche immagini che si alternano a quelle più gioiosamente musicali che fanno parte della storia anche pubblica del protagonista.
Temple riesce a trasformare, con il suo tocco di profondo conoscitore dello spettacolo, tutto questo che in fondo forse così spettacolare non è, in una perfetta e luminosa magia dotata di una vitalità assoluta che tiene sempre desta l’attenzione e traduce, in quelle immagini mai banali, i fenomeni sociali e culturali che hanno attraversato quegli anni.

My life storyJulien Temple sembra solarizzare di continuo il cinema, deformandolo alle proprie pretese, utilizzando gli archivi e la contemporaneità con un grande fiuto per le potenzialità delle storie e soprattutto una grandissima capacità di narrare attraverso gli stili propri e quelli dei linguaggi che utilizza. Forme diverse e differenti approcci nei suoi film più recenti che sembrano ricucire il passato e invece riescono a tradurre anche lo smarrimento del presente. Una lucidità non comune e una assoluta originalità artistica fanno di Temple uno degli autori di cinema più apprezzabili del nostro tempo, ma nel contempo uno dei registi più sconosciuti almeno nel nostro Paese, ritenendo forse, i canali distributivi, che il suo cinema non possegga quel respiro internazionale che invece lo attraversa costantemente nella grande conoscenza che possiede dell’immagine e della musica, i due soli linguaggi autenticamente universali che conosciamo.

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