TS+FF 2016 – Alienween e Monolith: il fantastico italiano di Sfascia e Silvestrini

La 16a edizione del Trieste Science+Fiction Festival è stata una vetrina importante anche per il cinema di genere di casa nostra. Sono stati proiettati alcuni interessanti progetti che valorizzano la creatività made in Italy nelle diverse fasi di ideazione, produzione e realizzazione. In particolare, Alienween di Federico Sfascia e Monolith di Ivan Silvestrini.

Alienween del giovane regista folignate Federico Sfascia è un coloratissimo e divertente pasticheschizzato quanto basta – che esprime una debordante energia creativa e trasuda passione e nostalgia per il cinema horror e fantastico dei Seventies e degli Eighties, coniugandolo con il linguaggio del fumetto (altro settore di attività di Sfascia). Coprodotto dalla Empire Video di Alex Pisani, il film consacra Sfascia, qui anche sceneggiatore, come uno degli autori più interessanti del variegato panorama indipendente italiano e ne perfeziona la cifra stilistica già ampiamente sviluppata nei precedenti Beauty Full Beast (2007) – presentato al PesarHorrorFest 2007 – e I rec U (2012) – presentato alla 34a edizione della Mostra Internazionale del Film di Fantascienza e del Fantastico di Roma e in cui appare, in un cameo, il regista Terry Gilliam.

Quattro amici si ritrovano per festeggiare la notte di Halloween nella stessa casa che, da adolescenti, era stata la location di tante serate di divertimento sfrenato. L’obiettivo è quello di sballarsi a suon di droga e prostitute a debita distanza dalle proprie fidanzate e dai propri parenti. Ma il piano non riesce: la sorella e la fidanzata di due dei quattro mattacchioni smascherano il trucco e li raggiungono. Ma, soprattutto, il fornitore degli stupefacenti – prima di raggiungere la dimora – assiste, già ampiamente alterato dalle droghe, alla caduta di una cometa che altro non è che un piccolo alieno. Contagiato dalla sua bava, l’uomo raggiunge il posto in stato catatonico dando inizio ad una virulenta ed irrefrenabile opera di “contaminazione”.

alienweenIl film, presentato in anteprima nazionale al Future Film Festival di Bologna 2016, è un autentico delirio visivo che rappresenta il trionfo della creatività artigianale: effetti ottici “fatti in casa”, bastoni di incenso fumante per creare la scia delle code delle comete, un tourbillon di immagini sovrapposte, torce a led per realizzare i bagliori luminosi, il modellino della casa della Lavazza vinto ai punti dal regista – ripreso in controluce con il grandangolo – per delineare e “stagliare” l’inquietante sagoma della dimora infestata. Lo stesso Sfascia si è occupato degli effetti visivi, l’amico Marco “Camme” Camellini della Fantasma Film ha fatto galoppare la sua vena creativa negli effetti speciali “fisici”, mentre Domenico Guidetti ha curato gli effetti digitali, pochi ritocchi e le necessarie integrazioni con After Effect. Il commento sonoro hard rock style è affidato ad Alberto Masoni. Lo spunto di partenza del film – che nasce su commissione della Empire Video – lo si può sintetizzare in tre punti: la presenza di un alieno, la festa di Halloween ed un po’ di “sano” melting movie.

Il mio immaginario filmico - spiega il regista – affonda le radici nel cinema horror e fantastico degli anni Settanta ed Ottanta, una sorta di banca dati depositata nella mente e nel cuore da cui estrapolare impulsi creativi, una struttura culturale del fantastico formata da tutto ciò che mi ha formato e segnato da bambino e da adolescente”. Un amalgama così stratificato da rendere talvolta inconsapevoli precisi rimandi e citazioni “letterali” (come nel caso dell’occhio trafitto dalla scheggia di vetro, chiaro riferimento al Lucio Fulci di Zombi 2, laddove si trattava però di un pezzo acuminato di legno). “Non amo gli horror fini a sé stessi e privi di un approfondimento emotivo dei personaggi. La ricerca a tutti i costi della paura non mi interessa. Al contrario, preferisco inserire degli elementi comici che facciano risaltare l’aspetto umano, sia quello superficiale e stereotipato sia quello più profondo”, dice ancora Sfascia.

Nel film colpisce, infatti, la presenza di risvolti melodrammatici, un gancio emotivo che serve al regista per raccontare aspetti sentimentali, umani e più vicini alla commedia (come nella pellicola inglese About Time, diretta da Richard Curtis nel 2013). Nulla di sorprendente per un autore che ha dichiarato a più riprese di considerare la sceneggiatura di Rocky la storia romantica più bella che sia mai stata scritta. L’elenco delle influenze è quanto mai ricco: su tutti Sam Raimi. E poi Joe Dante, il Peter Jackson degli esordi, Richard Donner, Lamberto Bava, Stuart Gordon, Dan O’Bannon, Fred Dekker, Anthony Hickox, Terry Gilliam, John Landis, Siu-Tung Ching, Walter Hill, il Gō Nagai del manga Devilman, oltre che John Carpenter e David Cronenberg. Senza contare i poster e gli oggetti disseminati nella pellicola contenenti altri omaggi: da Bumba Atomika di Michele Senesi a Planet Terror di Robert Rodriguez, da Commando di Mark L. Lester a Lilo & Stitch di Dean DeBlois e Chris Sanders, e poi ancora Gremlins, Army of Darkness, Drag Me to Hell.

alienween-2Al regista interessa la ricerca di un’empatia tra i personaggi: i protagonisti della storia hanno il loro fardello di delusioni amorose e di incomprensioni amicali, ingaggiano una lotta senza quartiere contro gli “invasori alieni” che altro non è che il terreno necessario attraverso il quale affrontare una volta per tutte un bagaglio di esperienze anche tragiche e dolorose, tra scheletri nell’armadio ed impasse emotive mai davvero risolte. Redenzione e al tempo stesso rimpianto. Giustamente e necessariamente sopra le righe i protagonisti (da Guglielmo Favilla a Raffaele Ottolenghi). Da segnalare gli irresistibili siparietti comici del disc jockey (interpretato dall’attore e regista Alex Lucchesi, figura di spicco del cinema indipendente italiano: un altro evidente omaggio a tanti cult di genere, quello della presenza di una radio come voce narrante) e la forte critica espressa dal regista nella rappresentazione della figura del rapper. “Ho voluto inserire la constatazione della consapevolezza ed autoreferenzialità che vedo in molta arte e in chi ne fruisce. A mio parere sono forme di ignoranza e di idiozia che ci consumano e che non servono a nulla. Alla fine quei due parlano di stupidaggini, mentre il mondo va in malora”. Cosa bolle nell’incandescente pentola creativa di Federico Sfascia?: “Sto lavorando ad un fumetto, un volume tra avventura e fantascienza con tratti di commedia sentimentale e mostri da altre dimensioni. Si intitolerà Incubo di una notte di mezzanotte, il tutto si sviluppa in un solo giorno”.

locandina-monolithCompletamente diversa l’idea che sta alla base di Monolith, diretto da Ivan Silvestrini. Il film racconta le vicende di una giovane madre, Sandra (Katrina Bowden), e del figlioletto di due anni, David, in viaggio in automobile verso Los Angeles con l’obiettivo di fare una sorpresa (ma in realtà c’è un motivo più stringente, come lo spettatore vedrà) al marito della donna, nonché padre del bambino. Nel corso del viaggio i due si trovano bloccati nel deserto dopo un incidente: la donna resta chiusa fuori dalla macchina, il bambino è bloccato dentro. Nulla di sensazionale, se non fosse che l’automobile in questione è una Monolith, un SUV ipertecnologico ed impenetrabile, la macchina più sicura mai costruita. Si innesca quindi una forsennata corsa contro il tempo per salvare il piccolo, tra il caldo soffocante e la sconfinata desolazione del deserto, affamati animali feroci e la mancanza di qualsiasi genere di prima necessità.

Monolith nasce come un progetto doppio: lungometraggio e storia illustrata. Dopo il teaser trailer presentato all’ultima edizione del Lucca Comics & Games, il film è stato presentato in anteprima mondiale all’Horror Channel FrightFest di Londra 2016. Roberto Recchioni (Dylan Dog, Orfani) e Mauro Uzzeo (Orfani) hanno scritto il graphic novel omonimo. Lorenzo “LRNZ” Ceccotti, art director del progetto, si è occupato della veste grafica, a cominciare dal design dell’automobile. Gli sceneggiatori Elena Bucaccio e Stefano Sardo – affiancati dallo stesso Uzzeo e dal regista Silvestrini – hanno lavorato alla riduzione cinematografica del progetto. Un’interessante operazione trans-mediale, dunque, che vede la sinergia tra la storica casa editrice di fumetti Sergio Bonelli Editore, la casa di produzione cinematografica Lock & Valentine di Davide Luchetti, Lorenzo Foschi e Claudio Falconi e Sky Italia per la distribuzione della pellicola. Un live action drama che Mauro Uzzeo così presenta: “Monolith è un progetto particolare che si svolge per la maggior parte in un’unica unità di luogo. Una sorta di Duel illustrato che al cinema trova il suo reale compimento grazie a strumenti come la colonna sonora, il montaggio serrato e la bellezza degli ambienti”. Roberto Recchioni aggiunge: “È la storia dell’automobile più sicura del mondo, di una madre non molto responsabile, di un bambino troppo piccolo per avere colpa, di una strada in mezzo al nulla. E di un incidente”. Inevitabilmente, film e fumetto – pur prendendo le mosse da una concezione di sviluppo unitaria – sfruttano i diversi registri espressivi legati ai due differenti formati artistici e raccontano la stessa storia con sfumature molto diverse.

monolith-6La pellicola è stata girata negli incredibili paesaggi dello Utah, in tre piccoli paesini non distanti l’uno dall’altro, che hanno creato non pochi problemi alla troupe. La scelta di girare in America ed in lingua inglese – nonostante in origine fosse stata proposta come location la Basilicata – risponde ad una precisa scelta strategica e di mercato: favorire la distribuzione della pellicola. Il quartier generale per le fasi di pre-produzione e di montaggio è stato fissato a Los Angeles, dove si trova anche l’officina automobilistica presso cui è stato individuato il modello della macchina, in origine un’automobile della polizia.

Monolith vuole essere una metafora di una maternità non accettata e dei momenti oscuri di una giovane donna e madre. L’automobile ultratecnologica che non si può scalfire – una sorta di ventre di acciaio – è il luogo nel quale la giovane Sandra è costretta a fare i conti con la sua vita, tra rimpianti che covano come brace (il sogno di proseguire la carriera di cantante e diventare una star della musica pop) e scelte non ancora metabolizzate (l’abbandono della band ed il matrimonio in seguito alla gravidanza): è proprio qui che la donna riscoprirà il desiderio di lottare per il proprio figlio e troverà la forza di affrontare le proprie insicurezze. Più immediato il proposito di invitare lo spettatore a riflettere sulle conseguenze di un mondo sempre più governato dalla tecnologia: una frontiera che si pone l’obiettivo di garantire sicurezza, comfort e protezione, ma finisce al tempo stesso per creare dipendenza e costruire barriere che portano all’isolamento e all’alienazione. L’ispirazione del film è tutt’altro che fantastica, traendo spunto da uno dei tanti fatti di cronaca con protagonisti genitori distratti e stressati che dimenticano in auto i propri figli. L’equilibrio tra questi due messaggi rappresenta indubbiamente il dato più efficace ed il merito maggiore della pellicola: Monolith resta fondamentale un thriller on the road che ammicca all’estetica slasher dell’eroina in canotta, sporca e disperata quanto basta, senza sconfinare nel dramma psicologico e sentimentale – dove l’amore è quello tra una madre ed il suo bambino – o nello sci-fi tecnologico. Ma la tensione vive di strappi improvvisi e non mantiene una costante capace di catturare fino in fondo lo spettatore. E questo è da imputare anche alla recitazione poco efficace e convincente della Bowden. L’attrice americana (nota principalmente per il ruolo di Cerie Xerox nella serie tv statunitense 30 Rock, trasmessa sulla NBC dal 2006 al 2013) ce la metterà pure tutta nel districarsi tra crisi isteriche di pianto, ruzzoloni lungo burroni rocciosi, bestie fameliche e “percosse” alla carrozzeria con ogni tipo di strumento che le capiti sotto mano, ma non riesce a sostenere un ruolo che avrebbe meritato maggiore approfondimento psicologico e ben altra caratura di sfumature e di intensità espressive. Inoltre, le tecniche di ripresa non centrano sempre l’obiettivo di imprimere il giusto dinamismo e la dovuta accelerazione ad una situazione di base statica come quella di un’automobile ferma in un desolato scenario naturale.