VENEZIA 68 – “A Dangerous Method”, di David Cronenberg (Concorso)

Il dissidio, la pulsione, la ferita, la mano che fruga dentro di te, la sottomissione del corpo all’idea, la soggiacenza dell’idea alla forma, il dominio del desiderio, la mutazione e la dipendenza… Non c’è nulla di tutto quello cui ci ha abituato David Cronenberg col suo cinema che non attenga precisamente al “metodo pericoloso” di questo suo nuovo film, così levigato in superficie come solo le cromature di Crash sapevano essere e, di conseguenza, così “bagnato” e perturbante dentro come solo le ferite e le cicatrici scaturite da quel lucido metallo… A Dangerous Method è il teorema cronenberghiano messo a contatto con il suo versante razionale, la definizione precisa di un conflitto che disegna universi ignoti nel dispendio di energie passionali, di vettori sentimentali, di immaginazioni inaudite. L’apparato romantico da “liaison dangereuse” offerto a Cronenberg dalla pièce di Christopher Hampton (autore anche della sceneggiatura) non è che il guscio di un film che brulica di dissidi e rimozioni, che sembra volersi scrivere sull’evidenza un po’ didascalica di un narrare l’inconscio ordinandolo nel gioco psicanalitico, ma in realtà disloca ogni suo elemento nell’ambiguità pulsionale del rapporto tra la figura e il suo mandato, ovvero nello spostamento di senso (di funzionalità) tra la dottrina di corpi e azioni e la determinazione mutante dello spirito, la ratio alternativa delle pulsioni…

 

C’è Carl Gustav Jung (Michael Fassbender) che attinge alla psicanalisi di Freud, cura Sabina Spielrein dalla sua isteria, la avvia alla professione medica psicanalitica, la accetta come amante segreta assecondandone le pulsioni più umilianti e spingendosi nel lato oscuro della  propria pulsionalità. C’è Sigmund Freud (Viggo Mortensen) che accoglie Jung come suo erede, ma ne subisce la superiorità e ne rifiuta le spinte eterodosse prima di disconoscerlo del tutto. C’è Sabina Spielrein (Keira Knightley) che è la creatura che crea il suo creatore, lo plasma, sì insomma la mosca che si fonde con Seth Brundle e lo costringe alla sua metamorfosi… Cronenberg lavora chiaramente su un dramma in cui la triangolazione tra i personaggi descrive un continuo spiazzamento di ruoli, un insistito passaggio di stato tra figure che cercano disperatamente di piazzarsi sulla scena con reciproca geometria di funzioni (maestro/discepolo, medico/paziente, moglie/marito…), ma non fanno altro che soggiacere a mutazioni a vista, in cui ogni ruolo è il riflesso del suo opposto in ragione di un persistente gioco delle pulsioni. La pericolosità di questo metodo sta tutta nel lavorio che impone alle identità mutanti: Cronenberg scrive il suo dramma della psicanalisi nascente sulla pelle sempre più trasparente di corpi che, quanto più cercano di ordinare nella logica le pulsioni, tanto più si ritrovano esposti nel loro disordine puslionale.

 

Il rischio sta nel non saper evitare di essere la cura per i propri pazienti (è la frase di Freud che Jung dichiara di aver inciso nel proprio cuore), laddove la malattia è il territorio da esplorare per diventare davvero se stessi: è questo il nocciolo del dissidio tra “padre” e “figlio”, innestato nel film proprio da quel germe impazzito che è il quarto personaggio del dramma, Otto Gross (Vincent Cassel), nella realtà storica fiero oppositore di Freud, qui inserito nel triangolo come una sorta di Mr. Hyde freudiano, destinato a catalizzare le pulsioni reciproche dei personaggi e a determinare i cambiamenti di stato.