#Venezia74 – First Reformed, di Paul Schrader

Perché Schrader ha scelto per il suo protagonista il nome di Ernst Toller, l’autore di L’uomo massa (Masse Mensch), uno dei più rappresentativi drammaturghi tedeschi dell’epoca espressionista? Di origine ebraica, comunista, rivoluzionario pacifista, in carcere dopo la repressione della Repubblica Bavarese dei Consigli, esule durante il nazismo, morto suicida nel 1939… non c’è nessun dato nella sua biografia che possa ricollegarsi all’austero, rigido pastore della chiesa riformata di Schrader. Un uomo solo, macerato dal dolore per la perdita del figlio caduto in guerra e minato da un cancro che dallo stomaco si avviluppa all’anima. Un uomo che trova corpo nella nevrotica energia appena trattenuta di Ethan Hawke. Tra un Toller e l’altro non c’è nulla, se non questa spinta eversiva che è il frutto naturale di una scelta morale radicale, netta e concreta, ma al tempo stesso un’opzione tormentata, che entra in conflitto con le convinzioni etiche più profonde. La fratellanza universale, il Dio in ogni cosa e in ogni essere (concetto in verità ben poco calvinista), la strada d’amore e pace che confligge con quel senso di responsabilità che nasce dalla certezza della caduta. Dio ci perdonerà? È questa la domanda che ossessiona Toller, un pastore kamikaze contro il demonio dell’economia, delle industrie che inquinano e corrompono, dei politici compiacenti e della religione ridotta a mercimonio, economia di impresa. La piccola chiesa per i turisti, con i cappellini e le magliette in vendita, lo spettacolo della rifondazione, della virtù e della lode al Signore. “Sai quanto occorre per tenere in piedi tutto questo? Sai qual è il raggio di azione di una chiesa come la nostra?” chiede il reverendo Jeffers a un Toller perennemente chiuso “nell’ora più buia” del giardino. Ma quel che Jeffers non sa è che, in realtà, Toller è pronto a scendere nel tempio ormai ridotto a mercato, per farne saltare le fondamenta e far piazza pulita degli arroganti e falsi ministri di Dio. Perché la strada del Signore non è quella dell’economia, del profitto come prova di fede e la religione non è un’assicurazione per il presente o per il futuro. Toller spiega bene ai giovani insofferenti che in chiesa non c’è né il simbolo del dollaro né la bandiera americana. Sebbene sia proprio sul dollaro che l’America scrive e testimonia la sua fede in Dio, in uno spaventoso circuito chiuso.

first reformed1Il circuito chiuso… ecco First Reformed è la storia di un tormento individuale che aspira a diventare universale, di un uomo solo che, messianicamente, immagina di farsi carico delle sofferenze del mondo e di impartire la necessaria punizione, per espiare così le colpe. Ma il percorso del personaggio è l’estremo tentativo di dare un senso alla propria esistenza ormai priva di orizzonti, ancor prima che un sacrosanto impulso di giustizia. Il che rende First Reformed uno straordinario thriller sull’asfissia, che a conti fatti è una delle ossessioni centrali di tutto il cinema di Schrader. Il figlio del pastore riformato in lotta con la propria fede e, quindi, con la malattia mortale della disperazione. “Non credo che l’umanità sopravvivrà a questo secolo”, ci dice Schrader. Tutto è compromesso, il pianeta depredato, l’anima venduta… Ma allora perché insistere, perché continuare a girare e protestare, perché immaginare forme di lotta e resistenza? Perché raccontare storie e provare a disegnare forme di bellezza? O forse non si tratta di resistenza, è solo un abbaglio… “Non si possono fare film rivoluzionari in mezzo a una rivoluzione“. Magari la premeditata esplosione del pastore protestante non è così diversa dal suicidio del povero Michael, l’attivista senza più energie per salvare il pianeta dallo sfacelo. Il terrorismo è figlio della disperazione.

Dopo le cupe frenesie quasi naif di Cane mangia cane, Schrader arriva al senso originario della propria ispirazione e cerca la profondità assoluta nella spoglia semplicità della forma. Basta la densità della questioni a dar fuoco al film. Il che non vuol dire però che il suo cinema sia finalmente diventato “tutto cose”, pura azione che si fa idea e spirito. Anzi, l’azione è come se non accadesse mai, non arrivasse  a farsi evento, perennemente bloccata sul limite del dubbio, dell’impasse esistenziale. Lo sguardo ovviamente bressoniano di Schrader ha ancora bisogno della parola, della dichiarazione di intenti, ha ancora necessità della predicazione e dell’esempio. Perché la fede non è salda e la coscienza non è tetragona. Il film spirituale di Schrader ha ancora troppo bisogno della carne, del calore del respiro, degli abbracci, dei baci, di contatto e di amore. Perché è solo attraverso tutto ciò, la carne, le ossa e il cuore, che riesce a essere magicamente umano e a trovare quel soffio di vita capace di spazzare via ogni oscura premonizione.