17° Festival del cinema europeo di Lecce – La missione di Krzysztof Zanussi

Dopo il film di apertura Asino vola, il 17° Festival del cinema europeo di Lecce ha preso definitivamente avvio con tutte le sue sezioni. In particolare la giornata di martedì è stata dedicata al maestro del cinema polacco Krzysztof Zanussi che ha incontrato, moderato da Bruno Torri, prima i giornalisti e poi il pubblico (in occasione dell’anteprima del suo ultimo film Corpo estraneo che sarà in sala dal 5 maggio distribuito da Lab 80 Film), in una serata culminata con la consegna dell’Ulivo d’Oro alla carriera.

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Bruno Torri, nell’inquadrare Zanussi (che ha lontane origini friulane), ha delineato in modo semplice e necessario il contesto culturale e sociale dal quale il regista proviene e cioè una Polonia più volte dilaniata da dure sofferenze che, in assenza di una politica identitaria, sono state quasi sempre raccolte e rielaborate dagli intellettuali, a partire da Andrzej Wajda nel secondo dopoguerra fino ai cosiddetti esponenti della “terza generazione” (inaugurata da Polanski nel 1962 con Il coltello nell’acqua).

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Il 1969 è stato l’anno d’esordio di Zanussi con La struttura di cristallo che Torri ha definito un già capolavoro, caratterizzato da una maturità espressiva e stilistica capace di coniugare l’esprit de geometrie e l’esprit de finesse, il cuore e la mente. Zanussi è interessato all’individuo, alla persona etica, sin dai suoi primi film c’è un costante sentimento religioso molto marcato, una forte tensione e la volontà di stare dentro la storia e la realtà sociale. Il regista, che ha annoverato Bresson, Buñuel, Bergman e Godard come suoi ispiratori, ha raccontato di come sia stato per lui fondamentale andare in Francia ed incontrare gli autori della Nouvelle Vague che in Polonia erano ancora sconosciuti ai più – tanto che è stato cacciato dalla scuola di cinema di Łódź con l’accusa di essere rimasto troppo “amatoriale” ispirandosi a simili modelli.

Torri ha individuato nel dissenso l’elemento alla base del Nuovo Cinema, che in particolare in Polonia non è stato tanto un movimento quanto l’espressione di singoli autori, un dissenso verso lo stalinismo e le sue conseguenze ma anche verso un’ideologia cinematografica imposta. Il regista ha corretto questa affermazione sottolineando come la questione veramente importante fosse stata la scoperta e la consapevolezza della discrepanza tra ideologia e realtà, la critica verso la scorretta messa in atto degli ideali precedentemente inseguiti al punto che si è arrivati a pensare che forse era meglio prima, durante lo stalinismo, quando almeno tutto era evidente rispetto al sistema liberale apparentemente meno repressivo. L’elemento centrale che deve farsi motore dell’arte è allora quello che ne fa di essa una missione: il cinema non deve servire soltanto a distrarre ma deve portare avanti la sua missione che è quella etica.

Si è sottolineato come nella sua cinematografia si possa intravedere una sostanziale evoluzione rispetto ai primi film – che avevano una cifra stilistica razionale, geometrica, calcolata, sempre incentrata sull’interiorità dell’individuo –, in particolare in quella che Torri ha definito una “moltiplicazione dei temi”, affiancata dall’aumento dell’azione e dei personaggi in quello che è un quadro carico di pessimismo ma non di perdita di speranza. Zanussi ha risposto di non poter commentare una simile affermazione, di poter solo ascoltare con curiosità in quanto fare film è un’operazione naturale, spontanea, l’autore non è mai cosciente, è come un paziente rispetto al suo medico (che sarebbe il critico). “Meglio non capire troppo di cosa faccio, è pericoloso per un artista, quando si sa cosa si fa si deve smettere. Scrivo dialoghi con cui non sono d’accordo, è un lavoro misterioso quello dell’artista che non capisce se stesso”.

Corpo estraneo è stato coprodotto e girato anche in Italia, in particolare ad Ancona in quei luoghi in cui il Visconti di Ossessione non era riuscito ad avere accesso. Zanussi ha commentato il fatto che l’elemento italiano sia stato necessario per il legame con i movimenti di rinascita e rinnovamento cristiano che lo portano ad avere speranza per il futuro dell’Europa, in particolare il movimento dei focolarini che gli ricorda il radicalismo rivoluzionario di San Francesco.

Interrogato a proposito del poter definire il suo cinema “politico”, il regista ha sostenuto che dopo 40 anni di un sistema politico malato il risultato è che ora questa parola viene disprezzata dagli intellettuali polacchi. Il suo è un impegno etico che va oltre la politica, cerca giustizia e carità nella società e nel rapporto con gli altri.