BERLINALE 58 – "Elegy", di Isabel Coixet (Concorso)

Dalla regista catalana di La mia vita senza me e La vita segreta delle parole, il film in concorso a Berlino e’ tratto dal racconto di Philip Roth: un carismatico professore universitario ha deciso di non legare mai piu’ con una donna. Raccontare l’amore, il desiderio, la disperazione, ma ciò che si vede e' trovato e ritoccato senza contatto

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Dalla regista catalana di La mia vita senza me e La vita segreta delle parole, il film in concorso a Berlino e’ tratto dal racconto di Philip Roth: un carismatico professore universitario ha deciso di non legare mai piu’ con una donna. Ma un giorno, durante una sua lezione, entra in classe una studentessa che presto gli fara’ cambiare idea. Ben Kingsley e Penelope Cruz sono i protagonisti di questa storia d’amore in cui il professore tutto di un pezzo dovra’ fare i conti con un giuramento non rispettato e il rinascere di passati sentimenti, quali la gelosia e il desiderio sessuale, ormai creduti assopiti per sempre. Grandi attori (c´e’ anche Dennis Hopper, amico e confidente del professore), ma opera modesta. Solo raramente ci si sente catapultati nella storia. Cinema alieno, lontano non dalla realta’, ma dal contatto; sembra manchi il prima e il dopo, c’e’ solo un lungo, attesissimo e noioso attimo. Isabel Coixet, che ormai ha lasciato la sua terra per girare negli Stati Uniti, ci illude, perche’ ci fa vedere sempre e ancora: la sua e’ una puntigliosa messa in scena, un’ossessiva e scolastica ricerca del punto dove piantare la macchina, del punto dove e’ impossibile ricordare e della forza misteriosa delle cose che vorrebbero farsi ricordare, come di quelle che si vogliono far desiderare e amare. Crediamo di scoprire fantasmi e ricordi mentre anche le immagini ci sfuggono: tutto cio’ che e’ gioco e che e’ in gioco, svanisce. Piccoli bagliori di vitalità che però rischiano di perdersi nell’isolamento figurativo e ruffiana speculazione. La regista racconta l’amore, il desiderio, la disperazione,  ma ciò che ha visto, l’ha trovato e ritoccato senza catturare l’evidenza, per cui le immagini si caricano eccessivamente di senso esterno. Il mondo non si muove su se stesso in direzione del suo continuare semplicemente ad essere. Dell’immagine non resta la sua nudità, la sua superficie quanto mai profonda. Sono i segni a sostituire ovunque lo sguardo e non si mobilitano verso il reale quasi accorpandosi o fondendosi con esso. Gli angoli dell’essenza cedono alla rappresentazione rinunciando alla presenza. Non riflettere un fuori, ma aprire il dentro dall’interno è soltanto un auspicio deluso…

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