Biagio, di Pasquale Scimeca

È la storia vera di un uomo, Biagio, e della sua radicale scelta di vita, vivere da eremita sul Monte Grifone, spogliandosi d’ogni bene, seguendo i passi di San Francesco d’Assisi. Lascia all’improvviso Palermo e a piedi raggiunge Assisi, incontrando sul suo cammino personaggi diversi, attraversando boschi e foreste, dormendo per strada, patendo il freddo e la fame. “La gente moriva per strada, la paura era impressa sulle facce e sulle cose, e l’unico Dio era il denaro…”. Questa è la frase che accompagnerà il missionario laico, nel viaggio esistenziale (c’è sempre con Scimeca), ritrovando in solitudine l’armonia con se stesso e la natura. Cerca Dio meditando e pregando, mescolandosi con i barboni della stazione, che nutre, lava, cura e chiama tutti “fratelli”. Di ritorno a Palermo, dopo aver fatto perdere le tracce ai propri familiari, fonda, in una struttura fatiscente e abbandonata, la Missione di speranza e carità, che oggi ha più di 25 anni, accoglie persone bisognose appartenenti a varie etnie, facendo crescere tra esse la solidarietà e il rispetto. Pasquale Scimeca racconta il personaggio attraverso un’intervista che un anziano regista (con il sogno di girare il film della vita, capace di cambiare il mondo) realizza con Biagio nella sua nuova casa. È in pratica quasi un unico flashback in cui Biagio rievoca l’esperienza spirituale, ad eccezione dell’ultima parte dove, ritornando al presente, si riconosce la grave malattia alle gambe del protagonista e soprattutto si chiude la lunga intervista con una domanda: “Quali sono gli effettivi motivi della tua scelta?”. Alla domanda non segue risposta, c’è un salto, proprio come in precedenza quando allo stesso Biagio un giovane pastore gli chiede se fosse riuscito ad incontrare Dio.

 

Due istanti in cui si compiono salti temporali, piccoli vuoti dell’anima, smarrita tra le certezze dei propri dubbi. Il regista ha conosciuto la storia di Biagio grazie a Fra Paolo, incontrato alcuni anni fa a Corleone, durante le riprese di Placido Rizzotto. Il frate francescano gli confidò che non aveva mai travato un uomo così vicino a Dio come Biagio, per la sua innocenza, il calore e la fede. Da ateo (non drammatico, sollecitando una teologia della morte di Dio), Pasquale Scimeca ha ammesso che la sua vita dopo quest’incontro è cambiata e il dolore del mondo offeso non è solo astratto concetto letterario ma carne viva e sangue che nutre la vita, senza cui l’arte e il cinema non avrebbero motivo di esistere. Non c’è dubbio che il pericolo più incombente in tali operazioni creative è quella di scivolare pericolosamente in un campo minato, fatto di messaggi retorici, luoghi comuni, situazioni debolmente strutturate dal punto di vista narrativo e recitativo. Ma tutto ciò non accade, anzi ancora una volta Scimeca compie il miracolo di amalgamare il verismo narrativo con il realismo visivo sulla terra e sugli uomini.

 

Quello che colpisce maggiormente è la forza espansa capace di catturare le fluttuanti e non confinabili espressioni  naturalistiche, seguendo il principio dell’impersonalità, lasciando altresì scorrere gli eventi e contemporaneamente restando aggrappati ai corpi e alla vita terrena, oltre le nostre credenze, i nostri schemi concettuali. La dispersione di ogni tipo di coesione strutturale, facendo vivere di luce propria ogni istante, autonomamente e con un potere fantasmatico, resta il segno distintivo più evidente di Scimeca, che mostra il tormento di Biagio, combattuto se percorrere il suo tragitto in solitudine o aprirsi al prossimo, ad una comunione. Se resti solo però si rischia di cadere e nessuno sarebbe pronto a rialzarti. Ci saranno incubi pronti a soffocare il sonno, fino al miracolo nel bagno della piscina di Lourdes, che ha ridato l’uso delle gambe all’angelo dei poveri. Ma Pasquale Scimeca ha chiuso prima la storia, perché dai miracoli sente ancora una certa distanza, semmai sente la forza rivoluzionaria di un uomo senza prefissi dinanzi al nome. Non dubitare di niente e dubitare di tutto, il cinema potrebbe essere ombra di Dio sulla terra o almeno una nebbia difficile da diradare, senza ignorare il significato e la rappresentazione dell’esistere, l’inquietudine della ricerca interiore, le interrogazione sull’oltre e sull’altro, rispetto a noi e al nostro orizzonte.                         

 

Regia: Pasquale Scimeca

Interpreti: Marcello Mazzarella, Vincenzo Albanese, Silvia Francese, Omar Noto, Doriana Le Fauci

Distribuzione: Arbash

Durata: 90'

Origine: Italia 2014