Blog NET NEUTRALITY – McCoy Tyner, la mano sinistra del piano

C’è un piano nascosto, magari qualche potere oscuro lo tiene nascosto, così un aeroplano nell’aria bionda e calda vola piano, lascia un bel mondo dal colore baio, dove c’è il fiume di gennaio. Scendi, pilota, fammi vedere, scendi a bassa quota, che guardi meglio e possa raccontare cos’è che luccica sul grande mare… Ne sono certo: è proprio un pianoforte da concerto, dal suono avuto dal mistero, un pianoforte a coda lunga, nero. My Favorite Things, A Love Supreme, Impressions, Meditation, Ballads, a 13 anni (così tardi?) comincia a suonare, con la mano sinistra sul piano, da Art Tatum, Duke Ellington si partiva, poi però sulla scia modale con accordi per quarte, incontravi Bud Powell, Ahmad Jamal. Alternativo a Bill Evans ed Herbie Hancock, energia spinta al parossismo. McCoy Tyner, scomparso a 81 anni, qualche giorno fa, è l’uomo che teneva a bada John Coltrane, da un pieno infernale alla rarefazione del solo piano. Tra l’avanguardia spinta al progressive pop, hard pop, prima ancora. Certo c’è stata laggiù una storia molto complicata… un piano a coda lunga in alto mare, in fondo ad un cratere lunare, proprio come Gianni Brera avrebbe raccontato la giornata calcistica con gli stadi vuoti, in cui in uno strano silenzio, risuonano agre concitate rauche le grida dei calciatori in affanno, evidentemente intese a convincere tutti noi che si stia trascorrendo una domenica non diversa dalle altre. Proprio in una valle, non quella della morte, ma “Valley of Life”, del 1972, uno dei tanti capolavori di McCoy Tyner, tra i meno acclamati, probabilmente, ma proprio per questo tra i più emblematici, lascia il suo piano e trova il “koto”, strumento tipico giapponese. John Coltrane era un gigante che proiettava una lunga ombra, il pericolo era che inconsciamente il “nuovo” McCoy restasse impigliato tra i tentacoli della furia Trane dopo il distacco avvenuto nel 1965.

Allora McCoy apre anche al sax contralto, perché il tenore gli avrebbe impedito il solo piano. Allora McCoy Tyner non dimenticava il Free Jazz, ma lo contagiava di inflessioni etniche (Extensions, 1970), ricerche timbriche ineguagliabili. Quando appoggiava le mani sulla tastiera produceva un volume sonoro più unico che raro. Non era fusion, che alla sua nascita barattò una sensibilità swingante e lirica con qualcosa di maggiormente roboante e su di giri. Era invece qualcosa che ricordava una grande vetrata che andava in frantumi e i pezzi di vetro, come i suoni, si espandevano e si perdevano in ogni direzione. E dove c’è il suo piano si fa baccano, ci sono occhi che si cercano, ci sono labbra che si guardano… non mi fido, in certi casi un pianoforte è un grido, ci sono gambe che si sfiorano e tentazioni che si portano. Gira pilota, recuperiamo il cielo ad alta quota, torna nel mondo dal bel colore baio, trovami il fiume di gennaio… in fondo a quel cratere, risuona il piano lungo e nero, qualcuno si abbraccia dopo un goal, si saluta, si bacia, pur non potendo, e mentre la leggenda cresce e apre i suoi petali sulla tastiera di quel pianoforte a coda, le poltroncine della tribuna vanno riempendosi di spettrali spettatori, perché la musica di McCoy Tyner va cercata nella vita quotidiana di questi creoli, perché la sua musica non era soltanto una propaggine afroamericana, non una semplice amalgama di elementi diversi, ma una musica nuova, un contrappunto creolo di protesta e d’orgoglio, pur senza parole…

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(in corsivo versi di “Aguaplano” di Paolo Conte)