CANNES 64 – “The Artist”, di Michel Hazanavicius (Concorso)

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Bianco e nero e didascalie per quasi tutto il film. Il cineasta francese cerca di sfuggire a intenzioni ricostruttive, trascinandosi proprio nell’epoca in cui il film è ambientato, ma l’immaginario finisce per soffocarlo. Anche oggi, E’ nata una stella di Cukor è 1000 anni avanti rispetto a questo. Solo le improvvise sonorità fanno entrare, per brevi momenti, squarci  fantastici

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In concorso la Francia rispolvera il passaggio tra muto e sonoro in The Artist, trascinando in quest’epoca il suo attore Jean Dujardin, protagonista di OSS 117. Cairo, Nest of Spies e OSS 117. Lost in Rio. Lo fa non solo attraverso una ricostruzione d’epoca e di costume, ma trasportando il suo cinema proprio in quel periodo, evidente nell’uso del bianco e nero e soprattutto delle didascalie e della musica che sostituiscono i dialoghi per quasi tutti il film.  A Hollywood nel 1927 George Valentin è una star del muto osannata. Peppy Miller invece solo un’aspirante comparsa. Con l’arrivo del sonoro i loro destini cambiano radicalmente.  Hazanavicius lavora proprio su residui di set, mostrando prima la ricchezza di dettagli proprio all’interno dell’inquadratura (il cinema col pubblico all’inizio, i teatri di posa della Kinograph) e poi, dopo lo stacco temporale e l’arrivo al 1929, filma il nulla davanti a lui, da solo a guardarsi i suoi vecchi successi oppure in un’abitazione che si svuota, segno di un abbandono che coincide con la fine di un’epoca. Certamente The Artist segue la parabola di molti divi del periodo del muto che poi si sono visti distruggere la carriera da questo passaggio al cinema parlato, da John Gilbert a Buster Keaton. Il nome di Valentin stesso potrebbe richiamare quello di una delle star più famose di tutti i tempi, Rodolfo Valentino, morto nel 1926 all’apice della sua carriera quando al cinema non si parlava ancora. In questa operazione però, pur cercando di evitare l’oggettività nella ricostruzione, si sente la presenza di un immaginario piuttosto statico, evidente nelle figure di John Goodman, James Cromwell e Penelope Ann Miller che sembrano usciti quasi dagli omaggi cinefili del cinema di Bogdanovich degli anni ’70 proprio nel modo in cui vengono guardati. Sono figure poi queste da set, quasi come l’elemento compositivo di un’inquadratura dove tutti gli elementi di un immaginario devono restare al suo posto. La storia, che vede una star al tramonto e una giovane attrice in ascesa, riprende anche forme di certo classico cinema statunitense, da Eva contro Eva a È nata una stella. La versione di Cukor del 1954 però, anche adesso, ha una modernità e un impeto che questo film si sogna. Solo l’improvvisa sonorità (il cane che abbaia, il telefono che squilla) fa entrare squarci fantastici. Idea di un passaggio passato/futuro anche originale ma solo timidamente accennata.

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    Un commento

    • Film meraviglioso, il migliore finora. Poteva sembrare un'operazione snob, invece scava a fondo nei sentimenti