#Cannes2016 – Forushande (Le client), di Asghar Farhadi

Il fulcro dell’idea di cinema di Farhadi rimane la complessita’ della propria struttura narrativa, l’edificio delle circonvoluzioni del racconto che si avvolgono tra di loro a spirale fino a non riuscire piu’ a sbrogliarsi, a sfuggire. Quando questo incastro di storie, colpi di scena e sentimenti forti finisce per innervare anche l’impalcatura formale e lo stile visivo dei suoi film, l’opera di Farhadi riesce a raggiungere una limpidezza espressiva altissima, come quella che riconosciamo in titoli come About Elly e Una separazione. Purtroppo pero’, appare al contrario sempre piu’ difficile per le immagini di questo cinema assumere una dimensione che supporti fino alla fine la chiarezza delle intuizioni e degli intenti del regista, come gia’ accaduto sempre qui a Cannes con il precedente Il passato.
Forushande, “il cliente”, titolo internazionale The Salesman, si apre per l’appunto con alcune delle sequenze piu’ potenti di tutto il cinema di Farhadi: l’evacuazione notturna del palazzo in pericolo di crollo, con l’apparizione improvvisa di questa ruspa-mostro che sembra stare mangiandone le fondamenta, quella porta aperta lasciata da Rana prima di fare la doccia, e la scoperta graduale da parte di Emad degli indizi dell’uomo misterioso (ma anche del passato scandaloso dell’inquilina precedente) seminati in giro per l’appartamento, sono tutti semi di una visione lucidissima del processo di costruzione di una architettura di senso in cui le tensioni del racconto si raddoppiano nelle suggestioni lasciate sulla parete delle immagini.

Qui Farhadi esplicita il suo procedimento estetico in maniera ancora piu’ rafforzata, inserendo il binario parallelo dello svelamento reiterato delle quinte di un allestimento teatrale di Morte di un commesso viaggiatore, che si fa dichiarata esplorazione morale del labirinto nascosto dietro la scena, “recita” che coinvolge questa coppia di coniugi e i loro amici, alle prese con le conseguenze di un’aggressione domestica subita dalla donna nella casa in cui la coppia si e’ appena trasferita.
Pubblico e privato, amore e ossessione, fantasmi personali e spettri sociali: Farhadi mette in campo una nuova volta le tematiche portanti della propria poetica, ma sembra ancora bloccato in un loop sovraccarico in maniera progressiva e faticosa, nello girare in tondo fino a portare la tensione narrativa a uno strappo irreparabile, come succede al suo protagonista e alla sua genuina, inedita crudelta’ di aguzzino nei confronti dell’anziano uomo su cui si concentra la sezione finale del film.

Seppure Farhadi riesca nel notevole esercizio di far confluire in questa lunga resa dei conti la dimensione “intima” della sua storia con quella politica (la centralita’ del contratto economico, dell’aspetto dei soldi in tutta la storia), l’afflato realista con quella chiara costruzione teatrale che i frammenti dalla piece di Arthur Miller hanno richiamato per tutta l’opera, allo stesso tempo la claustrofobia dei toni e la ricerca spasmodica della reazione forte che inchiodi lo spettatore senza via di fuga allontanano in maniera irrevocabile l’empatia nei confronti di quanto stiamo vedendo.
Il livello dell’allegoria e l’obiettivo perseguito con ostinazione della chiusura assertiva del cerchio finiscono per depotenziare le riflessioni che il film avrebbe potuto sicuramente diffondere in sala, negli animi e negli occhi, se avesse mantenuto il coraggio di lasciarsi delle aperture, degli squarci, delle fessure attraverso cui far respirare le urgenze, preziose e ancora necessarie, di questo cinema.