#Cannes2017 – Based on a true story. Incontro con Polanski, Assayas, e il cast

E’ stata Emmanuelle Seigner a consigliare a Roman Polanski la lettura del romanzo omonimo di Delphine de Vigan alla base di D’après une histoire vraie, il nuovo film del cineasta presentato stamattina a Cannes fuori concorso: “mi sembrava una storia in linea con i primi film di Roman”, racconta la Musa del regista (“in realtà è Roman ad essere la mia Musa, e non il contrario!”, ride Emmanuelle). E Polanski ha accettato con gioia il consiglio, affascinato dalla struttura da thriller del libro, che lo ha fatto “sentire subito a casa”, nonostante ci tenga a notare che si tratta di una delle rare volte in un suo film in cui lo scontro è tra due donne (Seigner vs Eva Green, che torna a recitare con grande felicità nella sua lingua madre francese), non tra due uomini o tra un uomo e una donna.

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La sceneggiatura è ad opera del cineasta insieme a Olivier Assayas, che racconta: “la mia posizione era di tramite tra la scrittura di Delphine e la visione di Roman, mi sono messo completamente al servizio del progetto. Sono assolutamente contrario a questa visione per cui la realtà sia più vera della finzione, credo anzi che la finzione sia spesso più profonda e veritiera della realtà, eppure oggi c’è una voglia disperata di realtà, e si boicotta la finzione”. Polanski rettifica subito l’umiltà del regista di Sils Maria, intervenendo sull’importanza cruciale dell’apporto di Assayas per un adattamento che non andasse a finire troppo lontano dalla storia di partenza: “tutte le volte che in passato ho scritto diverse sceneggiature tratte da materiale preesistente, ho sempre tenuto a mente quanto odiassi da giovane spettatore le trasposizioni infedeli, che modificavano la trama o i personaggi del libro di partenza. Olivier qui è stato fondamentale per far sì che non andasse perduto nulla in uno script di due ore del processo di sintesi di un romanzo di 500 pagine”.

Eva Green interpreta una ghost writer dopo aver sedotto Polanski con la sua performance in Sin City, che il cineasta giudica “fenomenale”. Quella del ghost writer è una figura per cui Polanski conferma di nutrire un grande fascino (“hai la possibilità di scrivere la storia di un’altra persona, ed è lì che si vede il buon ghost writer, o quello cattivo, uno scrittore che non è per nulla preoccupato dall’avere o meno il proprio nome in copertina”), un personaggio che secondo l’attrice “non sai mai se esiste per davvero”, un fantasma a cui lei ha cercato di donare una presenza.
Si tratta di un aspetto presente già nel libro di de Vigan, l’unica ispirazione dello script (“non ci sono elementi riconducibili al mio passato in questa storia”, dichiara con decisione Polanski, “nonostante abbia avuto esperienze di personaggi ossessionati da me come Elle nel film”), e che ha attratto tantissimo il regista, molto più della questione del doppio, che nella vicenda è “centrale solo per alcuni aspetti, e in una sezione ristretta della storia: dev’essere il pubblico a decidere se Elle è un riflesso di Delphine, il suo doppio, uno spettro, o una donna in carne e ossa”.
La domanda cruciale del film, già dal suo titolo, è “bisogna limitarsi a raccontare la verità, o bisogna romanzarla?”. Polanski non conosce la risposta, ma pone l’attenzione sul senso dell’esperienza di ogni spettatore, “continueremo ad andare al cinema non per via della qualità tecnologica ma perché è un’esperienza condivisa, un bisogno di vivere insieme le narrazioni che l’uomo ha dai tempi dell’Antica Grecia, e che il progresso non ha mai cancellato”. L’innovazione tecnica però fa scomparire sempre più gadget elettronici, come quelli che vengono sovente distrutti da Elle nel film, perché puoi ritrovarli tutti in un unico device “compatto”, come lo smartphone.

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