#Cannes2017 – Le venerable W., di Barbet Schroeder

Una lettera iniziale, seguita da un punto. Nascondere un’identità per assumere proiezioni metaforiche e universali. Così il monaco buddista Wirathu diventa, semplicemente, W.: il venerabile, sottolinea con tragica ironia il titolo di questa diciottesima opera diretta dallo svizzero Barbet Schroeder. È un’operazione che il regista di More e de La vergine dei sicari – interessatosi allo studio e alla pratica del buddismo già nei primi anni 60 – sentiva profondamente e che rientra nella sua trilogia sul Male iniziata nel 1974 con il documentario sul dittatore ugandese Idi Amin Dada e proseguita nel 2007 con L’avvocato del terrore. Stavolta la malvagità in carne ed ossa ha l’aspetto apparentemente pacifico del controverso predicatore Wirathu, prigioniero politico e successivamente fondatore in Birmania del movimento antimusulmano 969, che a partire dal 2012 è stato artefice di numerosi attacchi in Myanmar alla comunità islamica dei Rohingya.

Schroeder lascia parlare soprattutto i fatti di cronaca e i sermoni del personaggio. Non esprime giudizi, gli basta affondare la materia nei punti di vista dei monaci nazionalisti come in quelli delle vittime e dei giornalisti che fanno cronaca. La religione più umanista della storia dell’uomo diventa attraverso la propaganda di Wirathu strumento di violenza e prevaricazione religiosa. Una voce fuori campo cita le massime del Buddha mettendole in contrapposizione con la realtà drammatica delle insurrezioni e del genocidio. I rallenti sospesi con cui nella prima parte Schoeder sembra fermare il tempo per trovare la convergenza tra spirito e parola lasciano allora il campo alle drammatiche immagini dei cadaveri musulmani, torturati e bruciati. Succede così che il profilo documentaristico assume via via i contorni dell’incubo e del thriller.  In fin dei conti il monaco W. rientra non soltanto nella trilogia già citata, ma fa parte a pieno titolo della galleria di ambigui villain che costellano la affascinante e variegata filmografia di fiction dell’autore. Da questo punto di vista Wirathu è una specie di fantasma di Klaus Von Bulow reincarnato in una configurazione ancor più politica e malvagia.