#Cannes2019 – Bull, di Annie Silverstein

Adolescenza inquieta in Texas. Filtrata attraverso lo sguardo di Kris. Ogni suo movimento sembra uno scontro. Contro qualcuno o qualcosa. La madre è in carcere per traffico di droga. Vive a casa della nonna assieme alla sorella più piccola. Vicino alla loro abitazione, vive Abe Turner, un torero che ha visto giorni migliori nella sua vita. I loro rapporti sono molto difficili. E rischiano di precipitare dopo che la ragazza è entrata in casa sua in sua assenza assieme ai suoi coetanei. Poi qualcosa cambia. E inizia anche lei ad appassionarsi di rodei.

Kris (notevole la prova di Amber Havard), appare come la reincarnazione di Sheila, la protagonista del cortometraggio Shunk della regista statunitense che proprio a Cannes nel 2014 aveva ottenuto il Prix della Cinéfondation. Ancora un’adolescente isolata. Dove però lo sguardo della Silverstein stavolta appare confuso o dispersivo. Che tende ad accumulare situazioni, che si affida all’impeto della protagonista, che attraversa potenziali momenti di complicità come nella scena in cui Kris fa la puntura al vicino. Eppure Bull potrebbe essere davvero un film sui segni del corpo. Profondamente plasmati dalle esperienze negative. Quello ormai ridisegnato dai rodei. Ma anche la cicatrice di Kris, che si è fatta cadendo dal toro dopo aver resistito in sella per tre secondi. E che espone scattandosi e condividendo una foto come un trofeo di guerra.

Bull è un film anche impetuoso. Notturno e a suo modo disperato. Ma senza una rabbia vera. Anzi, costruita artificialmente. Che si muove su più direzioni. Non centrandone efficacemente nessuna. Che rende sfocata anche l’ambientazione texana e soprattutto in un cinema che appare anonimo proprio nelle scene in cui filma i rodei. Non c’è competizione né paura. Solo frammenti che potrebbero appartenere a un documentario, Che filma la caduta e il pericolo come la preghiera dei toreri. Un film che cerca la sua forza in un accumulo quasi indifferenziato. Attraversato quasi sempre dalla protagonista. Dove la Silverstein sembra quasi nascondersi dentro di lei. Affidandosi spesso ai suoi punti di vista. Come nella scena della nonna che piange. Kris diventa parte del suo sguardo. Ma anche il suo alibi.