FESTA FRANÇOIS TRUFFAUT – La mia droga si chiama Julie

Dopo Baci rubati in cui Antoine tentenna fra la leggerezza (instabile) dell’amore contro la mortifera routine che lo soffoca nella sicurezza, qui Truffaut compie un atto di fede scommettendo che sì, l’amore può salvarti la vita. Il romanzo al quale si “appoggia” Truffaut è “Vertigine senza fine” ancora di Cornell Woolrich, come per La sposa in nero, questa volta scritto con lo pseudonimo di William Irish.

Film come I 400 colpi o Baci rubati, nei quali si parte da niente, da una sensazione, da un’emozione, e dove si dà tutto di sé, in ogni istante, sono film che svuotano. Ogni tanto bisogna ricaricare le batterie, allora si sente il bisogno di appoggiarsi a un romanzo(1). Il romanzo al quale si “appoggia” Truffaut è “Vertigine senza fine” ancora di Cornell Woolrich, come per La sposa in nero, questa volta scritto con lo pseudonimo di William Irish. Il motivo per cui lo sceglie è ancora lui a dircelo: “Il tema della vamp, della donna fatale che soggioga un onest’uomo fino a farne un burattino è stato trattato da tutti i registi che ammiro. Perciò mi sono detto: devo farlo! … E poi mi accorgo che non posso …”. Non può perché, ancora una volta, non riesce a non trasformarla in una questione personale, in ulteriore viaggio alla “scoperta dell’amore”.

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Dopo Baci rubati in cui Antoine tentenna fra la leggerezza (instabile) dell’amore contro la mortifera routine che lo soffoca nella sicurezza, qui Truffaut compie un atto di fede scommettendo che sì, l’amore può salvarti la vita.

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E allora, per questo film, Truffaut fa un’eccezione, mette un po’ di Doinel in entrambi i protagonisti: a Julie (Catherine Deneuve) regala la sua infanzia randagia e la conseguente diffidenza nei rapporti affettivi, mentre a Luis (Jean-Paul Belmondo) la sua tipica insicurezza: l’incapacità di porsi al centro di una relazione affettiva, la “debolezza” di farsi rapire il cuore da una donna forte.

 

Dunque il film è un viaggio (anche geografico) alla conquista dell’amore. Se per un personaggio (Luis) “è innanzitutto il racconto di una degradazione per amore”: Luis all’inizio del film è un ricco industriale, padrone (apparentemente) del suo futuro, ad ogni nuovo passaggio della storia (sottolineato anche da una location diversa), si trova via via più povero e sempre più in balia di Julie, ma ad ogni passaggio corrisponde anche un maggior livello di consapevolezza nel sentimento. Dall’altra parte Julie, oltre ad avere sempre più il controllo della situazione, riesce pian piano a far crescere nel suo animo la fiducia per abbandonarsi (per credere) ad un sentimento che le è sempre stato negato. Ed è proprio quando Luis le confessa di essersi accorto che lei lo sta avvelenando chiedendole, non di non farlo, ma semplicemente di farlo in fretta, che Julie finalmente può credere che l’amore possa salvare anche la sua di vita.

 

Logico quindi che il finale pensato da Irish, nel quale Luis muore avvelenato e Julie viene arrestata, non possa andargli bene, qui Antoine Doinel non può uccidere se stesso ed è giusto che l’amore che Luis e Julie sono riusciti a costruire insieme cammini (anche se a fatica, come due amanti malfermi nella neve alta) verso il futuro.

Titolo originale: La sirène du Mississippi

Regia: François Truffaut

Interpreti: Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Nelly Borgeaud, Martine Ferrière, Marcel Berbert, Yves Drouhet, Michel Bouquet, Roland Thenot

Origine: Francia, Italia 1969

Durata: 120’

 

(1) Tutte le citazioni di Truffaut sono prese da “Tutte le interviste di François Truffaut sul cinema” a cura di Anne Gillain, Gremese Editore – 1990.

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